Su "Ferro, Fuoco e Catene" [in risposta a Vittoria]
Riceviamo e pubblichiamo.
Testi di riferimento:
Ferro, Fuoco e Catene di Michele Pontolillo
In risposta a Ferro, Fuoco e Catene di Vittoria dell'Avamposto degli Incompatibili
Stimata Vittoria:
non è mia abitudine replicare alle critiche che affermazioni o idee da me sostenute possano suscitare in chi mi legge. Quando ho qualcosa da dire e intendo condividerlo con gli altri non lo faccio con la superbia di chi predica il verbo o pretende rivelare la verità assoluta ed eterna. Cerco solo di capire, di aprire varchi di luce in una realtà complessa che resiste ai nostri tentativi di decodificazione e che quando crediamo di averne compreso i meccanismi e le dinamiche che la muovono si presenta sempre qualcosa, un evento, un riflusso, un imprevisto che smentisce il nostro sforzo cognitivo e ci riporta al punto di partenza lasciandoci la dolorosa consapevolezza dell’impossibilità di capire.
Forse ti deluderà scoprire che condivido il tuo ragionamento, almeno nei tratti essenziali. Sono assolutamente convinto che il capitale globale e la mafia siano la stessa cosa. In questa fase del capitalismo neoliberale, de-territorializzato e selvaggio, nell’era dell’iper-capitalismo la violenza si sostituisce ai dispositivi (ormai obsoleti) di regolamentazione dei mercati sia finanziario, del lavoro o delle merci. Non si tratta della perversione del capitalismo, di una degenerazione che si allontana dal corpo sano ma dell’essenza stessa del capitale. Non ci sono delinquenti che si improvvisano capitalisti ma è lo stesso sviluppo economico che ormai non è altra cosa che criminalità. E’ questo che io chiamo mafia. Mafia sono le grandi corporazioni, la microsoft, le compagnie petrolifere, le grandi banche di investimenti e mafia è anche lo Stato che garantisce e protegge i flussi di capitale criminale, che smantella lo stato sociale, che spinge al ribasso il costo del lavoro o che organizza la produzione nazionale secondo i criteri della divisione internazionale del lavoro sfruttando magari il lavoro infantile dei bambini asiatici o sudamericani. Mafia sono tutte quelle attività sussidiarie e di supporto illecite che si sono sviluppate intorno al capitale criminale vale a dire il traffico di esseri umani, il lavoro nero, il lavoro infantile, l’edilizia abusiva e così via fino a formare una lunga lista.
Senza dubbio il capitalismo selvaggio e ultra-competitivo dispone di una rete di uomini senza scrupoli che si occupano degli affari sporchi delle imprese così come l’agrario del ‘900 aveva al suo servizio ‘guappi’ che intimidivano e soggiogavano i braccianti contadini. Non è di questa gente che mi occupo nello scritto che ha sollevato la tua indignazione, ma di quei gruppi le cui azioni e attività riflettono solo ed esclusivamente su di essi. Anche costoro vengono impropriamente chiamati: mafia. Forse perché funzionale all’esigenza di occultare la vera mafia. Ciò che sostengo è che di fronte ad un fenomeno prevalentemente culturale solo una cultura ad essa superiore può assumere il compito di sostituirla e rimpiazzarla.
Nelle carceri italiane ci sono 5000 detenuti condannati per il reato di associazione mafiosa (416bis) e oltre 20000 indagati o inquisiti per la stessa tipologia di reato. Se la mafia è il sistema-capitale chi sono queste migliaia di persone che marciscono in galera? Dovremmo supporre che il carcere e magari il 41bis siano le strutture create all’uopo dal quale gestire il capitale e continuare a stipulare lucrosi affari. Improbabile che le cose stiano così.
Chi controlla i sistemi di sfruttamento e di valorizzazione astratto del lavoro non si trova in carcere. Forse i numeri non servono per spiegare il mondo ma aiutano a comprendere verso quale direzione tende. Numeri forniti dallo stesso Ministero della Giustizia rivelano che il 12,1% dei detenuti è recluso per reati relativi alla legge sulla droga, il 19,1% per detenzione di armi, il 29,6% per reati contro la proprietà e il 15,6% per reati contro la persona. Per contro l’incidenza dei reati di natura economica è dello 0,1% .
Lontano da velleità mitologiche, se con esso intendi il situare fuori dal tempo e dallo spazio storico fenomeni o creazioni umane per convertirle in oggetto di culto, ho cercato di seguire le linee principali di sviluppo del brigantaggio meridionale sorto in un preciso contesto storico e sopravvissuto nel tempo con forme e modalità non riconoscibili a prima vista. Non esiste nessuna immagine romantica del bandito o del brigante. Uccidere, benché si tratti di un aguzzino sfruttatore, è pur sempre esercitare un potere di vita e di morte sull’altro che nessuno ci ha concesso; impossessarsi con la forza di beni o ricchezze in uso a terzi è pur sempre un atto di arroganza; sequestrare un ricco a scopo di estorsione è pur sempre l’esercizio di una costrizione indebita su un essere umano. In questo non c’è nulla di romantico. Qualunque sia la spinta motivazionale che presiede l’atto è pur sempre il manifestarsi del desiderio di appropriazione del mondo e degli altri attraverso l’uso della forza. La rottura con le consuetudinarie regole della convivenza umana sono il risultato o della necessità o di una strategia politico-militare che soggiace all’azione.
E’ la storiografia ufficiale che ha coperto di romanticismo il brigante per nascondere lo scontro di classe scatenatosi all’indomani dell’inizio del processo di unificazione nazionale. Non è rilevante se i briganti fossero reazionari o meno, importa conoscere il quadro complessivo in cui si svolse un episodio della lotta di classe.
Mi rendo conto che sentire ancora parlare di virtù virili abbia urtato la tua sensibilità, tuttavia a me interessa osservare le cose non come vorrei che fossero o come dovrebbero essere, ma come realmente sono perché è con questa realtà con cui mi devo confrontare tutti i giorni. Ho messo in risalto un aspetto culturale presente nel linguaggio e che determina il comportamento di alcune popolazioni contadine del sud Italia. In esse si conservano ancora usi e costumi che risalgono al IV secolo a.c. Ciò significa che i valori che configurano la società contadina, lenta a recepire i suggerimenti del progresso, possiedono una forza intrinseca in grado di riprodursi lungo i secoli e contro cui neanche la critica più feroce può far vacillare.
Nello scritto ho specificato che con il traffico degli stupefacenti (anni ’70) si è verificato un cambio radicale tanto del comportamento come del pensiero del bandito sociale. A partire da questo momento egli stesso si propone come imprenditore, come commerciante e perde ogni legame con il vecchio codice contadino per adottare quello della borghesia vale a dire il massimo profitto e l’autoaffermazione di sé.
Il modello imprenditoriale diventa l’unica strada percorribile e vincente anche per il proletario che non mira più a guadagnarsi spazi di autonomia rispetto al capitale ma aspira ad integrarsi nel paradigma postmodernista. Il lavoratore transita dalla servitù volontaria che esprime ancora tendenze conflittuali e resistenziali all’autosfruttamento e cioè all’esigere da sé stesso il massimo della produttività, la super-poiesis.
Un quarto del PIL nazionale proviene da traffici illeciti. Se lo stato rinunciasse a questo importante settore l’economia italiana crollerebbe irrimediabilmente senza alcuna possibilità di risollevarsi. Negli ultimi anni una fetta importante del traffico di droga sul suolo nazionale è gestito da collaboratori di giustizia inseriti nel programma di protezione e quindi alle dirette dipendenze della DIA e della Procura Nazionale Antimafia. La maggioranza di questi pentiti si sono inseriti nel circuito dell’economia legale ponendosi alla guida di importanti imprese come è il caso della DORO GROUP, una impresa di servizi che opera nell’aereoporto ‘G. Marconi’ di Bologna il cui amministratore delegato, un ex collaboratore di giustizia siciliano, aveva creato una rete di clientele e di corruzione elargendo esosi regali a personalità influenti nel giro degli appalti pubblici. Potrei citare le imprese che Felice Maniero ha disseminate per mezza Italia o quelle di Giovanni Brusca che illustrano come lo stato sia direttamente implicato nei traffici illeciti, adoperando a tale fine i collaboratori di giustizia che in seguito vengono promossi nella scala sociale per i servizi resi allo stato e cioè per aver assicurato un PIL annuo sufficiente per soddisfare le aspettative dei vari gruppi di potere.
Fatte alcune confutazioni ciò che mi premeva dire o meglio l’invito che ho voluto rivolgere a chi ha avuto la bontà di seguirmi nel mio ragionamento è di non abbandonare mai lo spirito critico di fronte alla realtà. La mafia non sorge dal nulla, non tutta la delinquenza organizzata è mafia, ma senz’altro tutte le mafie sono organizzazioni criminali perfettamente allineate nella catena di comando capitalista.
L’invito è di osservare gli eventi nella complessità con cui si producono, anche sotto il profilo storico; saper distinguere le componenti che lo configurano e lo proiettano nel reale e di costruire un pensiero autonomo distante e distinto da quello che propone il potere ufficiale e che a volte assumiamo come una sorta di automatismo senza sottoporlo ad una inflessibile critica sono gli antidoti naturali contro le menzogne del sistema.
Il nocciolo della questione è che l’avanguardia nel mondo del capitalismo criminale, una nazione senza storia proiettata esclusivamente sul proprio presente e su i propri interessi immediati ha la presunzione è l’arroganza di esportare il suo modello al resto del mondo e imporlo con la violenza se necessario; un mondo che peraltro è, al contrario degli Stati Uniti, ricchissimo di storia e questa storia non deve essere cancellata,dimenticata come vorrebbero gli apologeti del neoliberalismo, ma difesa e rivendicata anche quando risulta incomoda perché è la nostra storia e se sappiamo interrogarla ci dice chi siamo e quali prospettive/potenzialità si aprono di fronte a noi.
Per concludere, mi dispiace che giustizialismo e antigiustizialismo siano per te la stessa cosa. Non so come fai a mettere sullo stesso piano chi invoca la pena di morte e chi invece reclama un diritto penale minimo o meglio chi giudica gli uomini e chi, come me, cerca solo di comprenderli, di comprenderci.
Un cordiale saluto
Michele Pontolillo
