Roma - Vacanze Romane, "pacchetto sicurezza": arrivo incerto, sei mesi garantiti in un lager, ritorno forzato, tutto compreso!
Mentre due donne venivano rimpatriate dopo mesi di detenzione nel centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, nel pomeriggio di ieri 5/1 sulla linea ferroviaria Roma-Fiumicino alcuni/e solidali hanno distribuito un volantino per informare circa le condizioni in cui gravano i reclusi e le recluse nei C.I.E. e i rischi che corrono tutti/e gli/le immigrati/e sprovvisti/e di un regolare permesso di soggiorno. Alla fermata Fiera di Roma, quella adiacente il C.I.E., sono comparse alcune scritte per ricordare ai passanti la vicinanza di questo lager di Stato. Non poteva mancare un saluto a tutti/e coloro che dentro quella gabbia maledetta sono costretti/e a trascorrere le loro giornate prima che vengano rimpatriati/e contro la loro volontà.
Di seguito il volantino distribuito
VACANZE ROMANE, “PACCHETTO SICUREZZA”: ARRIVO INCERTO, SEI MESI GARANTITI IN UN LAGER, RITORNO FORZATO, TUTTO COMPRESO -
Oggi, come in molti altri giorni, le strade di chi si sposta 'liberamente' si incrociano con quelle di chi invece viene portato fuori da questo paese in modo coatto e violento. In queste ore infatti, dall'aeroporto di Fiumicino, due donne verranno 'rimpatriate' dopo essere state richiuse per mesi nel C.I.E. (centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria.
Ogni giorno in Italia migliaia di migranti rischiano lo stesso destino: basta infatti non possedere un documento dell'unione europea, o un permesso di soggiorno valido, per finire reclusi fino a sei mesi in un C.I.E.
Sorvegliati a vista dai militari, ammassati in camerate gelide d'inverno e arroventate in estate, con cibo avariato ed acqua razionata, e soprattutto senza la minima assistenza medica, rifiutata anche di fronte ai gesti di autolesionismo, che spesso sembrerebbero essere l'unica forma di lotta a disposizione. Da questi campi di concentramento si esce il più delle volte con un decreto di espulsione verso la terra da cui si è fuggiti, magari rischiando la vita su un gommone, sfidando il mare e i respingimenti della marina militare.
La scelta di lasciare i propri luoghi d'origine è spesso dettata dalla miseria, dalla guerra e dalla devastazione ambientale inflitta dal capitalismo mondiale, sempre alla ricerca di risorse da saccheggiare e di mano d'opera a basso costo.
D'altra parte la scelta del luogo in cui vivere è assoggettata al mercato del lavoro che decide chi sfruttare, con o senza regolare permesso di soggiorno, e chi invece rinchiudere in un lager e rispedire al mittente.
Non possiamo accettare la presenza di un lager in questa città, né si può accettare come soluzione che esso venga semplicemente spostato e ristrutturato “per renderlo un posto un po' più dignitoso”, come dichiarato pochi giorni fa dal prefetto di Roma.
Sinceramente ignoriamo quale sia il concetto di dignità del prefetto Pecoraro, del sindaco Alemanno e dello stato di cui sono servi.
Forse vedremo presto campeggiare sul cancello di un nuovo e “più dignitoso”C.I.E.
l'insegna “il lavoro rende liberi”, a ricordare che questo stato accoglie solo chi può essere spremuto fino all'osso come forza lavoro: per tutti gli altri (compreso chi, dopo anni di sfruttamento, il lavoro l’ha perso) c’è la deportazione e l'espulsione.
CHIUDERE I CIE , FERMARE LE ESPULSIONI
A ROMA COME OVUNQUE



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