Rassegna Stampa Carcere: Evasioni, Proteste, Rivolte e Morti

Articoli dal 17 agosto al 22: 6 giorni di rivolta, malumore e condizioni inumane.

Proteste e rivolte:
Evasioni:
Aggressioni agli agenti:

Morti in carcere:
Alcuni articoli sulle proteste in carcere correlati di alcuni dati:
Udine: detenuti in sciopero di fame, contro il sovraffollamento
17 agosto 2009
In dieci in una cella che potrebbe contenere al massimo sei persone. Dieci detenuti chiusi in uno spazio di 30 metri quadrati quando lo spazio vitale minimo, in base alle norme europee dovrebbe essere di 7 metri a persona. Ma di detenuti, nella casa circondariale di via Spalato ce ne sono più del doppio rispetto alla capienza consentita: 216 contro 105. Ben 133 sono stranieri. Ecco perché i Radicali, che ieri hanno visitato il carcere con una delegazione, vogliono promuovere un’azione legale collettiva per chiedere i danni allo Stato.
E da ieri, per tre giorni, i detenuti di via Spalato rifiuteranno il cibo per protestare contro il sovraffollamento. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha già condannato l’Italia a risarcire con mille euro un bosniaco che è stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia "e anche per i detenuti della casa circondariale di Udine - sostengono i Radicali - potrebbe accadere la stessa cosa".
Nei prossimi giorni quindi i Radicali potrebbero distribuire a tutta la popolazione carceraria del Fvg, i moduli per richiedere il risarcimento. Dopo la visita di ieri mattina in via Spalato la deputata Elisabetta Zamparutti (Radicale eletta nella fila del Pd) e Sergio D’Elia - segretario dell’associazione "Nessuno tocchi Caino" che combatte contro la pena di morte - hanno visitato anche le carceri di Tolmezzo e Pordenone. "La situazione che abbiamo trovato è drammatica - ha spiegato la Zamparutti - .
D’altronde i numeri parlano chiaro: ci sono 216 detenuti mentre la capienza regolamentare dovrebbe essere di 105 e quella massima tollerata di 168. Il problema principale quindi è quello degli spazi, ma in molti si sono lamentati anche per il cibo scadente, il trattamento sanitario aleatorio e per la difficoltà a telefonare. La richiesta più diffusa però è quella del lavoro: attualmente solo 13 detenuti sono stati assunti dall’amministrazione penitenziaria".
A breve - ha ricordato D’Elia - "dovrebbe partire un progetto finanziato dalla Regione e gestito dal Comune per garantire 56 mesi di borse lavoro, ma comunque non sarà sufficiente a garantire la rieducazione del condannato prevista dalla Costituzione".
[...]
Tratto dal Messaggero Veneto

Arezzo: a Ferragosto i detenuti hanno fatto sentire la protesta
17 agosto 2009
Nel momento in cui scrivo non so se la protesta nel carcere di Arezzo si è conclusa e se si è rimasti alla protesta dura ma civile a cui ho assistito ma certo è che i detenuti oggi mi hanno impressionato.
Conosco le carceri, me ne sono occupato in passato dopo la morte per suicidio di una povera ragazza detenuta per essere impazzita, quella vicenda ha segnato il carcere di Arezzo e da allora sono stati avviati servizi per cercare di impedire episodi di autolesionismo che hanno evitato avvenissero nuovi drammi come quello.
Una delle cose più terribili che trovai nel carcere erano i "gobbi" alle finestre, ovvero da celle piccolissime in cui si riesce a stare anche in 8, in 12 metri quadrati, non si riusciva a vedere fuori, la finestra non solo è molto alta rispetto alla stanza ma allora aveva anche delle contro pareti inclinate, che facevano si che la luce si vedesse solo dall’alto e in nessuno caso si potesse comunicare con l’esterno.
Arezzo non è un carcere per mafiosi o assassini ma una casa circondariale per reati dove spesso si può uscire ai domiciliari, non più di 5 anni di pena da scontare e neppure nei carceri di massima sicurezza si avevano finestre di ottocentesca memoria.
[...]
Nelle carceri non ci sono poveri fiorellini di campo, ci sono comunque esseri umani che scontano una pena, il cui scopo non è la vendetta ma la riabilitazione, non solo, questa gente convive gomito a gomito con personale carcerario che in un rapporto di due a uno vive nell’universo della galera.
Ammassare la gente in celle strettissime significa portarle all’esasperazione, significa riempirle di farmaci e psicofarmaci per fargli reggere lo stress, significa far perdere ogni capacità di autonomia e di spazio di intimità; nella cella si caca e si cucina negli stessi 12 metri per 4-6 o 8 persone ci si da il cambio per stare in piedi, la tazza del cesso è spesso la sedia più comoda per fare conversazione.
Non sto esagerando è così, è proprio così come pensiamo di poter fare entrare ancora detenuti con il reato di clandestinità in carceri già scoppiate? 140 detenuti invece di 70, personale a quota 60 unità invece di 80, spazi per l’ora d’aria angusti e compressi, in queste condizioni si faranno uscire persone reinserite? No in queste condizioni si mettono a rischio i lavoratori del sistema carcerario e si arriva a farci condannare dall’unione europea perché diamo a chi è in carcere meno metri di spazio di quanti ne concediamo ai cani nei canili municipali.
Oggi i detenuti ci hanno fatto sentire in una città silenziosa la loro voce sgraziata, antipatica, spesso colpevole e in debito con il consesso civile, ma hanno usato la loro voce civilmente e in fondo ci hanno dato fiducia sperando non solo che li udiamo ma che li ascoltiamo e correggiamo gli errori. Sarebbe tragico e immorale far finta di niente.
di Fabio Roggiolani - Tratto da ArezzoNotizie.it


Como: detenuti protestano, rimane contuso un agente di polizia
17 agosto 2009
Una violenta protesta, che la polizia penitenziaria cataloga addirittura alla voce "rivolte", è in corso da sabato pomeriggio nel carcere comasco del Bassone.
I detenuti hanno iniziato a protestare nel pomeriggio di Ferragosto, prima limitandosi a battere contro le inferriate poi danneggiando i sistemi di illuminazione e facendo esplodere le bombolette del gas che alimentano i fornelli da campeggio in dotazione a ciascuna cella.
La rivolta si sarebbe scatenata, per motivi ancora non del tutto chiari (ma probabilmente legati al cronico sovraffollamento della struttura) all’interno della seconda sezione, dove in mattinata, a causa del fumo determinato dalle esplosioni, la visibilità era ridotta praticamente a zero. Un agente di polizia penitenziaria è stato medicato per le contusioni riportate cadendo sul pavimento di fronte alle celle, dove i detenuti avevano gettato acqua e sapone in abbondanza, proprio per rendere quasi impossibile l’ingresso del personale di sorveglianza.
Tratto dall'Ansa


Como: da tre giorni "gravi disordini", nel carcere sovraffollato
18 agosto 2009
"Da ormai tre giorni è in corso al carcere di Como una rumorosa protesta che nelle ultime ore fa fatto registrare una evoluzione anche piuttosto violenta.
Dalla semplice battitura delle vettovaglie sui cancelli e sulle grate si è passati a far esplodere i neon delle celle con le bombolette di gas che hanno in dotazione i detenuti. Nel tentativo di provocare corto circuiti, poi gli stessi vengono inondati con acqua". A darne notizia Angelo Urso, componente della Segreteria Nazionale della Uil Pa Penitenziari.
"Voglio auspicare che la protesta di Como abbia presto a rientrare e soprattutto non produca un effetto emulativo. Una deriva violenta delle proteste proprio nel momento in cui la politica e la società stanno prendendo consapevolezza del problema penitenziario - prosegue il Segretario Nazionale - precluderebbe ad ogni possibile confronto e quindi ad ogni possibile soluzione. La situazione di Como, pur allarmante, per ora è tenuta sotto controllo. In mattinata anche dirigenti del Provveditorato di Milano si sono recati sul posto per verificare la situazione. In ogni caso non si può non far rilevare come presso l’istituto comasco da circa tre anni non sia stato ancora assegnato un Dirigente titolare , nonostante la UIL non abbia mancato di denunciare tale anomala situazione. Nelle criticità organizzative, ampliate dal sovrappopolamento e dalla vetustà della struttura, la mancata assegnazione di un Dirigente titolare non può che favorire e alimentare le tensioni".
Già nel marzo del 2007 a seguito di una visita Angelo Urso ebbe a redigere una durissima relazione nella quale denunciava ai vertici del Dap la situazione di degrado e abbandono in cui versava la Casa Circondariale di Como.
"Non ci risulta però - sottolinea oggi - che siano stati posti in essere interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria. Pertanto la fatiscenza e l’insalubrità dei locali non può non aggravare le condizioni detentive che, poi, potrebbero essere alla base di queste proteste, benché non si potrà mai giustificare la violenza su cose o persone. Pur non volendo strumentalizzare quanto sta accadendo a Como sarebbe da irresponsabili, comunque, non interpretare nella giusta maniera questi campanelli di allarme".
Rientra protesta al Bassone di Como
Rientra la protesta dei detenuti del carcere Bassone di Como, che da sabato pomeriggio avevano inscenato una specie di rivolta per lamentare la cronica carenza di spazi. La decisione di ritornare alla normalità è giunta dopo un incontro tra una delegazione di detenuti e i responsabili dell’Amministrazione penitenziaria che hanno manifestato la volontà di intervenire per quanto possibile cercando di andare incontro alle esigenze dei reclusi. Non si sono avuti particolari momenti di tensione, comunque. Gli ospiti della casa circondariale comasca si sono limitati a rumoreggiare sbattendo sulle sbarre delle proprie celle oggetti vari. Nella protesta sono state coinvolte tre delle sei sezioni. Al Bassone sono detenute quasi 600 persone contro una capienza autorizzata di circa la metà.
Tratto dall'Asca


Turi (Ba): celle stracolme, pochi agenti ed i detenuti in protesta
17 agosto 2009
La voce passa di cella in cella, una sorta di telefono senza fili che permette ai detenuti di fare corpo unico quando c’è da mostrare il disagio. La parola d’ordine è saltare un pasto; per rendere evidente questo "sciopero" il tam tam diventa assordante quando, per un’ora quasi, i detenuti sbattono i vassoi metallici contro le sbarre della cella.
Una protesta che diventa snervante, che trasforma i tetri corridoi con pesanti cancelli, silenziosi e spettrali, in una cassa di risonanza che arriva ai timpani ed al cuore. Protestano perché il carcere è sovraffollato, protestano perché non ci sono condizioni minime di sopravvivenza civile, né attività rieducative.
La protesta è nel carcere di Bari Carrassi parte da lì, proprio qualche giorno prima che sulle case di reclusione si accendano i riflettori dell’iniziativa dei Radicali Italiani: "Ferragosto in carcere". "L’auspicio è rendere consapevoli coloro che hanno il potere legislativo, attraverso la conoscenza diretta della comunità penitenziaria, per essere così consapevoli delle difficoltà e dei bisogni", spiega Antonella Casu, segretaria dei Radicali Italiani. Di bisogni, di difficoltà ce ne sono tanti: i numeri sono impressionanti, più di 20mila detenuti oltre la capienza del sistema carcerario italiano, nonostante l’indulto.
In Puglia è come nel resto d’Italia: a Turi, tanto per fare un esempio, la struttura avrebbe una capienza di 112, con una tolleranza che arriva a 150. Altra questione, ugualmente spinosa, ugualmente tesa è legata al personale: la dotazione organica degli agenti di polizia penitenziaria risale al decreto ministeriale del 2001. Dei 128 agenti in servizio a Turi, le unità effettivamente dedicate alla turnazione ordinaria che attualmente svolgono un turno di 8 ore, al posto delle sei previste per le 24ore, sono poco più della metà.
E a Turi sono stati in visita, per Ferragosto, Pierfelice Zazzera, coordinatore regionale dell’Italia dei valori, accompagnato dal consigliere regionale Giacomo Olivieri. Più di 50 unità lavorative, nel carcere di Turi, sono fuori dai turni tra distaccati presso altre sedi (una decina), agenti in aspettativa (un’altra decina), agenti che per cause di servizio usufruiscono dei benefici della legge 104 e agenti distaccati al nucleo traduzioni, quelli che effettuano gli spostamenti dei detenuti. Proprio le traduzioni costituiscono il problema più grande.

L’amministrazione carceraria elimina l’assistenza sanitaria interna e i detenuti vanno in carico alle asl di competenza: per ogni visita, per ogni controllo, per ogni esame diagnostico devono andare in ospedale, con relativo iter per la traduzione ad opera della polizia penitenziaria. I problemi sono di struttura, di personale, di fondi. Riguardano quasi tutte le carceri pugliesi, ci sono le eccezioni come quella di Spinazzola: capienza 68, detenuti reali 42.[...]

Tratto dalla Gazzetta del Mezzogiorno


Firenze: i detenuti di Sollicciano in rivolta… fiamme nelle celle
18 agosto 2009
La tensione all’interno di Sollicciano è stata altissima fino a quando tutta la zona non è finita sotto stretto controllo. I detenuti urlavano "Libertà" e protestavano contro il sovraffollamento che li costringe a una convivenza molto spesso difficile.
Intorno alle 23.30 di ieri notte all’interno del carcere di Sollicciano è scoppiata la rivolta. Secondo una prima stima degli agenti di polizia penitenziaria potevano essere almeno 500 i reclusi che hanno preso parte a quella che inizialmente è apparsa una vera e propria rivolta. Poi piano piano, vista l’impossibilità di qualunque fuga o altri atti più pesanti, è apparsa come una "protesta" anche se pericolosa. Hanno dato fuoco a tutto quello che si poteva incendiare nei terrazzini delle celle: coperte, lenzuola, giornali. Poi hanno cominciato a battere le stoviglie contro le sbarre delle celle urlando e fischiando. Le grida si sentivano da lontano. Al momento non sembra che ci siano feriti né detenuti intossicati dal fumo degli incendi da loro stessi appiccati.
Il personale della polizia penitenziaria ha fatto scattare l’allarme di massima sicurezza e sono state contattate le centrali operative della questura e del comando provinciale dei carabinieri. Sul posto sono arrivate in pochi minuti gazzelle del Nucleo radiomobile e agenti delle Volanti. Poi sono arrivati rinforzi dal Reparto Mobile della polizia e dei militari dell’arma delle compagnie vicine. In breve il carcere è stato circondato da un fitto cordone di forze dell’ordine mentre la polizia penitenziaria cercava di spegnere tutti i focolai accesi nelle celle e controllava, nei vari bracci del carcere che non ci fossero tentativi di evasione. Tutta la zona è stata illuminata a giorno.
La tensione all’interno di Sollicciano è stata altissima fino a quando tutta la zona non è finita sotto stretto controllo. I detenuti urlavano "Libertà" e protestavano contro il sovraffollamento che li costringe a una convivenza molto spesso difficile. Gli uomini della polizia penitenziaria sono riusciti, anello dopo anello, a riportare una certa tranquillità nel giro di un paio d’ore, ma ci vorranno giorni perché la vita del carcere torni alla normalità. Perché i danni prodotti dagli incendi siano riparati e controllati tutti i sistemi di sicurezza.
[...]
Tratto dalla Nazione


Prato: stoviglie contro le sbarre e parte la protesta dei detenuti
19 agosto 2009
Piatte e pentole sbattono tre volte al giorno contro le sbarre delle finestre. Non hanno altro sistema i detenuti della Dogaia per attirare l’attenzione su un carcere sovraffollato al limite dell’invivibilità. "Siamo 700 e dovremmo essere 400 al massimo. La città ci aiuti".
Tre volte al giorno sbattono contro le sbarre delle finestre piatti e pentole: altro sistema non hanno i detenuti della Dogaia per attirare l’attenzione su un carcere sovraffollato al limite dell’invivibilità. "Seicentocinquanta detenuti ristretti in un carcere nato per 250 con capienza fino a 450 - scrive un detenuto a La Nazione - in tal modo cercano di ricordare alla società esterna e ad una città piuttosto indifferente che a Maliseti esiste un posto dimenticato".
Non è un problema solo dei quasi 700 reclusi ma anche di 250 guardie "in condizioni inumane, drammatiche". In ogni cella, spiega il detenuto, vivono tre individui di etnie diverse (i cittadini di Albania, Cina, Romania, Sud America, Polonia, Russia ormai superano gli italiani), con culture, idiomi e abitudini lontane e sovente causa di conflitto ed incomprensioni al limite dell’intolleranza; igiene discutibile e scarsa, assistenza sanitaria lasciata alla buona volontà di medici e infermieri, spazi limitati, attività ridotte e di basso livello, personale educativo e psicologico invisibile o irraggiungibile per carenze e disaffezione intuibili e comprensibili, mezzi economici sempre più ridotti.
Ad una situazione logistico-strutturale già al di sotto dei minimi stabiliti dalla Comunità europea che giudica trattamento inumano uno spazio inferiore ai 7 metri quadri a detenuto, si aggiungono carenze di tipo giudiziario.
"La maggior parte delle persone - scrive il detenuto - sono in attesa di udienza, non condannate. Molti devono scontare pene modeste che la famigerata legge Cirielli costringe a espiare in carcere anziché in esecuzione esterna con le misure alternative, via via erose ed eluse. L’auspicio è che con la prospettata approvazione di un nuovo codice penale che sostituisca l’attuale, obsoleto residuo del regime fascista, venga promulgato un provvedimento perequativo e le condanne in esecuzione vengano ridotte di un terzo.
Per tutto questo i detenuti chiedono la solidarietà e il sostegno di tutta la popolazione libera, in favore di chi non ha né voce né visibilità". Per Ferragosto l’onorevole del Pd Antonello Giacomelli, a conclusione di una visita alla Dogaia effettuata con la consigliera regionale Cristina Pacini del Pd e a Vittorio Giugni, segretario dell’associazione radicale Liber@mente Prato, ha promesso ai detenuti e ai responsabili del carcere, di presentare in Parlamento un’interrogazione sulla Dogaia per ottenere un aumento dell’organico e dei finanziamenti.
Tratto dalla Nazione


Pesaro: scoppia protesta dei detenuti, battono sulle inferriate
19 agosto 2009
Anche la Casa Circondariale di Villa Fastiggi a Pesaro è interessata dalle proteste dei detenuti per il sovraffollamento delle celle, ma finora, riferisce il comandante del reparto di polizia penitenziaria Riccardo Secci, non si sono registrati fatti violenti o comunque gravi.
I detenuti battono alle inferriate delle celle (lo fanno ogni sera fra le 19,30 e le 20,30, dal 14 agosto), e in genere hanno seguito le regole che si erano loro stessi dati nel promuovere la protesta (salvo un foglio di giornale bruciato). Cinque o sei fra italiani e albanesi, reclusi per reati comuni, sono stati segnalati all’autorità giudiziaria.
Il carcere, costruito per 120 detenuti, con una capienza poi raddoppiata a 240, attualmente è affollato da 300 reclusi, mentre il personale di polizia penitenziaria è ai minimi storici: 100 agenti effettivi rispetto ai 128 in organico. Impegnati fra l’altro anche nelle traduzioni dei detenuti e nei servizi tecnico-amministrativi.
La "deriva violenta" delle proteste dei detenuti registrata negli ultimi giorni in alcune carceri allarma il sindacato di polizia penitenziaria Uil Pa. La Uil Pa - che ha avuto assicurazioni dal capo dell’Amministrazione penitenziaria sul fatto che un gruppo di lavoro del Dap sta monitorando 24 ore su 24 l’evolversi della situazione a livello nazionale - segnala nelle carceri di Pesaro, Perugia, Como, Pesaro, Alessandria e Firenze, "atti violenti" fomentati in particolare da detenuto romeni e albanesi".
Tratto dal Messaggero


Perugia: fiamme in cella; tanta paura e nove agenti intossicati
19 agosto 2009
Ha preso l’accendino e non ci ha pensato due volte. Ha dato fuoco prima alle lenzuola, poi ai materassi della cella. E così, in poco tempo, le fiamme hanno invaso il reparto penale del carcere di Capanne. Attimi di panico ieri pomeriggio all’Istituto di Perugia.
Ha preso l’accendino e non ci ha pensato due volte. Ha dato fuoco prima alle lenzuola, poi ai materassi della cella. E così, in poco tempo, le fiamme hanno invaso il reparto penale del carcere di Capanne. Attimi di panico ieri pomeriggio all’Istituto di Perugia.
Lo stesso dove è detenuta Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher (non c’era invece Raffaele Sollecito, in carcere a Terni). Le fiamme hanno invaso il padiglione, dove si trovano circa duecento persone. Ma si è evitato il peggio, grazie all’intervento degli agenti di polizia penitenziaria e dei vigili del fuoco.
L’incendio è scoppiato intorno alle 15.30. Quando un giovane magrebino, starebbe scontando una pena per traffico di sostanze stupefacenti, ha dato fuoco ai materassi. Un fumo nero si è subito propagato nell’intero reparto, che è stato evacuato. I detenuti sono stati trasferiti nei passeggi, gli spazi utilizzati per l’ora d’aria. A spegnere le fiamme è stato lo stesso personale della polizia penitenziaria, già prima dell’arrivo dei vigili del fuoco. A spiegare l’episodio è Daniele Rosati del Sinappe (Sindacato nazionale autonomo polizia penitenziaria).
"Sono stati attimi di panico - dice l’agente del pronto soccorso antincendio -. Non si riusciva a vedere nulla. Siamo arrivati con gli autorespiratori e abbiamo domato le fiamme in meno di venti minuti. I detenuti, alla fine, ci hanno ringraziato". Nove agenti però sono rimasti intossicati: tre erano in missione, arrivati da Roma. "E adesso verrà a mancare altro personale - continua Rosati -. È già così difficile, siamo in pochi e non sappiamo come fare". A Perugia la situazione è critica. Tanto che gli agenti di Polizia penitenziaria sono già scesi in piazza.
Il problema è quello del sovraffollamento. O, meglio, dell’arrivo nei penitenziari umbri di nuovi detenuti (trasferiti da case di reclusione di altre regioni) e del mancato reintegro degli agenti. In due parole: aumentano le persone cui badare ma gli uomini che devono farlo, quanto a numeri, sono sempre gli stessi. L’istituto di Capanne, in un solo anno ha visto raddoppiare i detenuti, dai 243 del 2008 ai 485 di oggi, a fronte di una capienza di 284. Gli agenti invece sono circa 215.
[...]
Tratto dalla Nazione


Detenuti in rivolta a Venezia e maxi-rissa a Padova
21 agosto 2009
Comunicato Uil
"Una protesta che ha assunto tutti gli aspetti di una vera rivolta quella che è stata sedata nella nottata al terzo piano della Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore a Venezia. Celle distrutte, suppellettili divelte, coperte e giornali date alle fiamme. Nel pomeriggio di ieri presso la Casa di reclusione di Padova, una sessantina di detenuti stranieri hanno dato vita, nella fruizione del campo sportivo, ad una maxi rissa continuata nelle sezioni quando sono stati fatti rientrare".
A darne notizia la Segreteria Regionale del Triveneto della Uil Pa Penitenziari che attraverso il Segretario Regionale, Leo Angiulli, per il quale "L’inizio del Ramadan è stato sempre un momento di tensione accresciuta. Ma questa degenerazione violenta delle proteste nulla ha a che fare con la religione, anche se è auspicabile che l’Amministrazione faccia ogni sforzo per gestire questa delicata fase".[...]
Tratto dall'Unità


Roma: protesta Regina Coeli e Rebibbia
21 agosto 2009
Nel carcere femminile le detenute, a causa del gran caldo, hanno chiesto e ottenuto l’apertura delle celle dalla mattina alla sera.
Battitura ritmica di oggetti contro le sbarre delle celle ed esplosione di qualche bomboletta di gas ai fornelli da campeggio in dotazione dei detenuti a Regina Coeli e apertura delle celle per tutto il giorno per il gran caldo nella sezione femminile a Rebibbia. La protesta dei detenuti contro il sovraffollamento è arrivata anche nelle carceri romane.
La protesta a Regina Coeli ha coinvolto la terza sezione del penitenziario e si è allargata anche alla sesta. Nel carcere femminile di Rebibbia le detenute, a causa del gran caldo, hanno chiesto e ottenuto l’apertura delle celle non solo durante l’orario della socialità ma dalla mattina alla sera, e così anche l’accesso alle docce.
[...]
Tratto dalla Repubblica


Trani: 270 detenuti in protesta e sciopero della fame
21 agosto 2009
Dalle minacce ai fatti: circa 270 detenuti del supercarcere di Trani hanno imboccato la strada della protesta contro il sovraffollamento delle celle. Dalle 21.00 alle 22.30 circa di ieri, giovedì 20 agosto, oltre 270 detenuti ristretti in una sola ala del carcere di Trani, aderendo alla manifestazione nazionale iniziata al Nord Italia da tutti i reclusi, hanno inscenato una forte concitata azione di protesta battendo qualunque oggetto contro le inferriate delle celle e delle finestre.
Secondo alcune indiscrezioni potrebbero aver lanciato anche bombolette di gas riversandole nel corridoio interno detentivo ed esterno delle finestre per attirare l’attenzione sulla difficile situazione di vivibilità all’interno delle carceri italiane.
La protesta potrebbe riprendere oggi, venerdì 21 agosto, da un momento all’altro con l’ulteriore passo: lo sciopero della fame da parte dei detenuti. Solo per avere l’idea di quello che sta avvenendo basta ricordare che la capienza del penitenziario è a pieno regime di 220 reclusi, mentre con una sola area aperta (circa la metà del carcere è in fase di ristrutturazione) sono presenti 278 reclusi quindi con un maggior sovraffollamento del 50% rispetto alla capienza ottimale. Nei giorni scorsi uno dei sindacati degli agenti di polizia penitenziaria, l’Osapp, aveva lanciato l’allarme: celle troppo piene e personale troppo esiguo. Una situazione esplosiva che puntualmente è detonata ieri.
[...]
Tratto da AndriaLive.it


Vibo Valentia: alcuni detenuti appiccano incendio nel carcere
22 agosto 2009
Alcuni immigrati hanno appiccato un incendio nella cella del carcere di Vibo Valentia in cui sono detenuti. A riferire l’episodio, che risale a giovedì scorso, è Gennarino De Fazio, della Direzione nazionale del sindaco Uilpa Penitenziari. Gli immigrati hanno appiccato l’incendio, secondo quanto riferisce De Fazio, per protestare contro il sovraffollamento del settore del carcere in cui sono ristretti.
Le fiamme, alimentate con giornali, oggetti di arredo in legno, coperte e materiale plastico, sono state spente dal personale della polizia penitenziaria, che ha fatto anche evacuare la sezione del carcere in cui è stato appiccato l’incendio. "Siamo stati i primi a prevedere e denunciare - afferma De Fazio - il degrado in cui ci saremmo ritrovati in assenza di misure idonee a fronteggiare il sovraffollamento delle carceri e la polizia penitenziaria, più di tutti, si prodiga quotidianamente per cercare di mantenere la pena entro i confini dettati dalla Costituzione. Ma una cosa sono le legittime rivendicazioni, che non possono non trovarci solidali, ed un’altra è la violenza, che va contrastata e perseguita con fermezza".
Tratto dall'Ansa


Bologna: 2 detenuti picchiano un agente ed evadono dall’Ipm
La Repubblica, 18 agosto 2009
Evasione dal Pratello. Due detenuti durante l’ora d’aria sono riusciti ad evadere domenica pomeriggio dopo aver aggredito un agente penitenziario. Sono un ragazzo ghanese di 20 anni, in carcere fino al 2017 per violenza sessuale (nel carcere minorile si può rimanere almeno fino a 21 anni) e uno slavo di 17 anni condannato per furto. La notizia è stata diffusa con una nota congiunta della Cgil e del sindacato autonomo Sappe e confermata dal comandante della polizia penitenziaria.
La direttrice del carcere Paola Ziccone è rientrata dalle ferie per seguire da vicino l’emergenza. Note di ricerca sono state diramate a tutte le forze di polizia con indicazioni utili per rintracciare i fuggitivi. La polizia penitenziaria ha segnalato la fuga sia alla Procura dei minori sia alla Procura ordinaria. Le due organizzazioni sindacali denunciano che l’evasione è stata possibile a causa dei lavori di ristrutturazione in corso da un paio d’anni.
Una fuga preordinata. Secondo la prima ricostruzione, i due detenuti erano in un campetto di calcio ricavato nel cortile e racchiuso da una alta gabbia di ferro, a grate e quindi scalabile con una certa facilità, soprattutto da parte di giovani agili come i due fuggitivi.
Stava ormai terminando l’ora d’aria, quando i due che hanno architettato l’azione clamorosa avrebbero richiamato l’attenzione di uno dei quattro agenti in servizio (uno dei quali in straordinario, allungando il suo turno della mattina). Gli hanno chiesto inventando una scusa di farli rientrare subito in cella. Ma una volta a tiro (gli agenti in servizio sono disarmati), i due l’hanno scaraventato contro la recinzione (la prognosi è fortunatamente di pochi giorni) e aggrappandosi alle grate della struttura che cinge il campetto da calcio, sono saliti in cima alla recinzione e si sono allontanati saltando fra i container e le impalcature che si trovano subito al di là della gabbia a grate.
Strutture presenti da quando sono iniziati i lavori di ristrutturazione, cioè un paio di anni. Finora nessuno aveva sperimentato questa via di fuga facilitata nella discesa. Saltando sopra container dei muratori e altre strutture edili, i due complici hanno guadagnato secondi preziosi prima di trovare il modo di superare anche il muro esterno in mattoni.
Gli agenti di custodia in servizio erano quattro, più un sovrintendente, numero minimo richiesto per sorvegliare i venti detenuti presenti in istituto, ora ridotti a diciotto. [...]. Secondo il Sappe, nella nuova struttura non c’è ancora un generatore elettrico, con il rischio di blackout e problemi anche per i cancelli, tutti ad apertura elettrica.
Tratto dalla Repubblica


Voghera (Pv): poco personale, evade collaboratore di giustizia
20 agosto 2009
"È evaso un detenuto dalla Casa Circondariale di Voghera", in provincia di Pavia. Lo riferisce, in una nota, la Uil Pa Penitenziari, specificando che si tratta di "un collaboratore di giustizia di 2° fascia, siciliano 54enne con fine pena 2015, detenuto per armi e altro, ammesso ai sensi dell’articolo 21 O.P. al lavoro esterno".
"Da ciò che sappiamo - dichiara Angelo Urso componente della segreteria nazionale della Uil Pa Penitenziari - pare che il detenuto, ammesso al lavoro esterno nell’area demaniale dell’istituto non ha fatto rientro al termine dell’orario di lavoro. D’altro canto l’insufficienza degli organici della polizia penitenziaria costringe a determinare servizi sotto i livelli minimi di sicurezza". [...]
Tratto da Adnkronos


Sette nordafricani evadono dal Cie di Gradisca
21 agosto 2009
Sette immigrati sono fuggiti stamani all’alba dal Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Gradisca d’Isonzo dopo essere riusciti ad allargare, con attrezzi rudimentali, le sbarre delle loro camere.
Altri due immigrati, che stavano tentando di scappare attraverso i tetti della struttura, sono stati bloccati dalle forze dell’ordine. I sette evasi - si è appreso da fonti della Prefettura di Gorizia - sono di nazionalità algerina e tunisina e sono tuttora ricercati dalle forze dell’ordine.
Prima della fuga di stamani, nel Cie di Gradisca d’Isonzo vi erano 194 immigrati a fronte di una capienza di 198 persone. Dopo le violente proteste dello scorso 9 agosto, quando un centinaio di immigrati sono saliti sui tetti della struttura e hanno danneggiato impianti e suppellettili, 30 immigrati (fra quelli considerati più pericolosi dalle forze dell’ordine) sono stati trasferiti nel Cie di Milano e nella struttura è stato adottato un regime più restrittivo.
In particolare, gli immigrati sono stati consegnati nei loro alloggi ed è stata abolita la possibilità di stare all’aperto e nelle zone comuni. Secondo la Prefettura di Gorizia, da qualche giorno la situazione appariva tranquilla al punto che si stava valutando l’ipotesi di ripristinare un regime di vita normale in vista dell’avvio del Ramadan. Dopo le fughe di stamani - hanno riferito fonti della Prefettura - tale ipotesi non è più presa in considerazione, almeno per il momento.
Tratto dall'Ansa


Evasione a Monza
22 agosto 2009
Dopo le recentissime evasioni di Bologna e Voghera, si deve registrare l’ennesima beffa. Un altro detenuto, infatti, è evaso nella giornata di ieri dalla Casa Circondariale di Monza. "Tre evasioni in pochi giorni sono davvero troppe da digerire in silenzio" afferma Angelo Urso, componente della Segreteria Nazionale della Uil Pa, dando notizia anche dell’aggressione a un agente penitenziario da parte di un detenuto nel carcere di Como.
"Il detenuto evaso - riferisce il sindacato - a Monza è un extracomunitario con fine pena 2012, condannato per rapina: lavorante addetto al trasporto dell’immondizia, l’uomo ha eluso la sorveglianza di un agente mentre si trovava nella zona dell’intercinta e dopo aver scavalcato la rete che delimita l’area si è dato alla fuga".
Bologna - La procura di Bologna ha aperto un’inchiesta sulla doppia evasione avvenuta il 18 agosto nel carcere minorile del Pratello. I due evasi sono Ofori Bright, ghanese che a ottobre compirà 20 anni e che è in carcere per violenza sessuale (fine pena nel 2017) e uno slavo di 17 anni in attesa dell’appello per scippo.
Voghera - Lo scorso 19 agosto invece è toccato a Voghera, dove il killer ergastolano della mala meneghina Luciano Vella è riuscito a mettere a segno la sua progettata evasione.
Tratto dall'Ansa


Reggio Emilia: detenuto aggredisce agente e tenta di strozzarlo
18 agosto 2009
Ha messo le mani al collo all’agente di polizia penitenziaria, "colpevole" di avergli chiesto di attendere a una sua richiesta. È il grave episodio registrato la vigilia di Ferragosto in carcere a Reggio. L’agente, medicato al pronto soccorso, se la caverà con quattro giorni di prognosi. Ma dal Sindacato autonomo polizia penitenziaria si solleva la protesta per le condizioni di lavoro.
"È successo tutto per futili motivi. Non c’è nemmeno stata una discussione. Il detenuto ha formulato una richiesta al collega, il quale lo ha pregato di attendere e questo lo ha aggredito d’improvviso. Questa non è che la conseguenza della situazione esplosiva che avevamo preannunciato si sarebbe potuta verificare se non si fosse intervenuti in tempo". Così il vice segretario del Sappe, Mario Tafuto, commenta il grave episodio registrato alla Pulce nella giornata di venerdì.
"Quello che è accaduto - spiega - è dovuto sicuramente alle condizioni di invivibilità del carcere, causato dal sovraffollamento e da una situazione grave di carenza d’organico. Situazione comune a molte carceri italiane e che merita di essere risolta. Oggi come oggi, a Reggio, i detenuti sono costretti a vivere anche in quattro in appena quattro metri quadrati di cella. Troppo pochi. E con le temperature eccessive dell’estate, aumenta la loro suscettibilità. Basta poco per scatenare attacchi d’ira ingiustificati, come questo".
Una situazione grave, che pone in una situazione difficile sia i detenuti sia gli agenti. "Con la carenza di organico che stiamo patendo, oggi di fatto accade che una sola unità di polizia, dunque un solo agente, gestisca un reparto popolato da 75/80 detenuti, per la maggioranza stranieri - fa notare il sindacalista - Cosa accadrebbe se decidessero di rivoltarsi?
È per questa ragione che abbiamo chiesto all’amministrazione di dotarci di dispositivi anti-aggressione per la tutela del personale di polizia. Nello specifico, si tratterebbe di un telecomando attraverso il quale un agente, se in difficoltà, può allertare una squadra di soccorso. Una richiesta che, però, a tutt’oggi ancora non è stata esaudita".
[...]
Tratto dalla Gazzetta di Reggio


Toscana: di nuovo agenti aggrediti, a Pistoia e San Gimignano
19 agosto 2009
Un’aggressione ad un agente di Polizia Penitenziaria, forse per sottrargli le chiavi dei cancelli, è avvenuta il 13 agosto scorso nel carcere di Pistoia. L’agente è stato schiaffeggiato e rinchiuso in una cella da un detenuto senegalese. Altri due agenti, che sono accorsi, hanno liberato il collega bloccando il detenuto e riportando così la situazione in condizioni di sicurezza. Sempre nei giorni scorsi c’è stato un’altra aggressione nel penitenziario di San Gimignano (Siena). Un detenuto scoperto a rubare medicinali dall’infermeria si è scagliato contro gli agenti. Altri detenuti sono intervenuti per calmarlo collaborando così con il personale, che poi l’hanno denunciato. Il detenuto era già stato allontanato dal carcere di Sollicciano a causa di intemperanze simili.
Tratto dall'Ansa


Ricoverato in TSO muore... era legato polsi e caviglie
17 agosto 2009
Polsi e caviglie legati con fili rigidi di plastica o di ferro. Dopo 4 giorni muore per edema polmonare. Sette indagati e l’inchiesta prosegue.
Francesco Mastrogiovanni è deceduto per un edema polmonare provocato da un’insufficienza ventricolare sinistra. Sul suo corpo sono state riscontrate lesioni su polsi e caviglie, segno dell’utilizzo di legacci abbastanza spessi, plastica rigida o addirittura filo di ferro. Comunque, lesioni derivanti da una forte pressione esercitata con strumenti non leciti.
Ma ora i medici legali della procura vorranno capire anche il motivo scatenante di un edema polmonare che ha poi determinato l’infarto. Sono alcuni dei dati emersi dall’autopsia effettuata ieri mattina sul cadavere di Francesco Mastrogiovanni, il maestro di scuola elementare di Castelnuovo Cilento sul cui decesso indaga la procura di Vallo della Lucania. Mastrogiovanni ricoverato il 31 luglio scorso all’ospedale San Luca in seguito ad una crisi di nervi e conseguente certificato di trattamento sanitario obbligatorio è morto dopo quattro giorni di degenza. La procura della Repubblica ha aperto una indagine, diretta dal pm Francesco Rotondo, a carico del primario Michele Di Genio e i medici Rocco Barone, Raffaele Basto, Amerigo Mazza, Annunziata Buongiovanni, Michele Della Pepa, Anna Angela Ruberto.
Ieri l’autopsia e la scoperta di profonde lesioni a polsi e caviglie. È soprattutto su quest’ultimo aspetto che si incentrano le indagini della Procura di Vallo della Lucania. Le lesioni, infatti, starebbero ad indicare l’allettamento forzato del paziente e sull’eventuale accanimento dei sanitari si incentrano le indagini.
Durante l’esame del corpo, disposto dal sostituto procuratore Francesco Rotondo, è stata rilevata in effetti la presenza di profonde lesioni ai polsi e alle caviglie, dovute a uno stato di contenzione prolungato, con l’utilizzo di mezzi fisici. Una pratica estremamente invasiva, che però nella cartella clinica di Mastrogiovanni non è mai menzionata né, tanto meno, motivata come prevede la legge. È, infatti, ammessa solo in uno stato di necessità e deve durare poche ore, fino alla terapia chimica. Mastrogiovanni, invece, secondo l’ipotesi choc all’esame degli inquirenti, sarebbe rimasto legato al letto per più giorni.
Nella sua cartella clinica, inoltre, ci sarebbe un "buco" di oltre 10 ore rispetto ai trattamenti a cui il maestro è stato sottoposto prima di morire, ovvero dalle ore 21 del 3 agosto fino alle 7,20 del giorno successivo, quando i medici del reparto ne hanno constatato il decesso. Durante l’autopsia sono stati eseguiti anche prelievi di tessuti che saranno analizzati in un centro specializzato di Napoli. I risultati potranno contribuire a chiarire il quadro clinico complessivo.
All’esame ha assistito per la procura pure uno psichiatra nominato come consulente, per la famiglia i legali Caterina Mastrogiovanni e Loreto D’Aiuto oltre al medico legale Francesco Lombardo. C’erano, poi, quasi tutti i medici indagati, il loro nutrito collegio legale e i loro consulenti, lo psichiatra Michele Lupo e il medico legale Giuseppe Consalvo. L’ipotesi di reato, di cui devono rispondere i sanitari, è omicidio colposo, salvo che dall’esame della cartella clinica e delle video registrazioni sequestrate non emergano differenti profili di responsabilità.
Ad essere determinanti sono soprattutto le riprese girate nella camera di Mastrogiovanni durante il trattamento di ritenuta e subito dopo la sua morte, per verificare le azioni degli indagati. In ogni caso l’inchiesta sembra destinata ad allargarsi all’acquisizione delle cartelle cliniche degli altri pazienti sottoposti a trattamenti psichiatrici nell’ospedale San Luca e forse in tutta l’ex Asl Salerno 3. I funerali si svolgeranno oggi alle 18,30 nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Castelnuovo Cilento.
"A Vallo no, perché là mi uccidono…"
E pensare che per quell’uomo, la cui vita cambiò in un pomeriggio di luglio trentasette anni, su via Velia a Salerno, nei tragici attimi dell’omicidio di Carlo Falvella, ora piangono davvero tutti. I suoi alunni di Pollica, la titolare del campeggio che lo ha avuto ospite per circa un mese "e senza dare alcun fastidio, perfino accudendo i bambini di mia sorella", i familiari, naturalmente, che chiedono "verità e giustizia" secondo un canovaccio apparentemente rituale ma stavolta tragicamente pesante per tutte le coscienze. Perché sia stato firmato, venerdì 31 luglio scorso, un trattamento sanitario obbligatorio per Franco Mastrogiovanni, nessuno lo sa. Franco non era un assassino. Fu arrestato nel ‘99, processato per oltraggio a pubblico ufficiale, mesi in galera, poi assolto e perfino risarcito per ingiusta detenzione. Perché doveva finire in un reparto di psichiatria?
Dovrà accertarlo uno scrupoloso pm, Francesco Rotondo. Il motivo? "La notte precedente - dice Licia Musto Materazzi - avrebbe tamponato quattro autovetture". L’auto di Franco è parcheggiata sotto la sua abitazione di Castelnuovo Cilento, senza alcun danno. Venerdì scorso, intorno alle sette, forze dell’ordine circondano il bungalow del campeggio dove Franco sta riposando. Capisce che lo vogliono fermare. Scappa sul lido, prende un caffè e fuma una sigaretta. Ma per lui è il giorno del destino mortale: a mare vedette della guardia costiera, a terra carabinieri e polizia municipale di Pollica. Franco è un uomo braccato, c’è uno spiegamento di forze che neppure per un latitante della camorra (e nel Cilento di questi tempi ce ne sono) sarebbe stato messo in campo. Ma lui "deve" essere trasferito in un reparto psichiatrico.
È pericoloso. Cosa ha compiuto di tanto irreparabile, sconvolgente? Per lui ci sono le aggravanti: "noto anarchico", personaggio "pericoloso socialmente, intollerante ai carabinieri", ribelle alla regola. I ragazzi di Franco a scuola lo consideravano un maestro. Non un pazzo da legare da far morire su un letto di contenzione, mani e piedi legati per quattro giorni da fili di ferro, nella disumanità di un reparto-lager di un ospedale pubblico che ora nessun consigliere o assessore regionale si preoccupa di far mettere sotto inchiesta amministrativa.
"Hanno ucciso un uomo in un letto di contenzione" dice il pm nel suo atto di accusa. Certo, tutto da provare. Non c’è dubbio. Ma Franco è morto, e fatto ancor più grave senza conoscere ancora il motivo per il quale sia stato trascinato sulla strada della morte. Verso Vallo, dove ora potrà avere almeno giustizia.
Tratto dal Mattino

Imperia: in 24 ore 2 tentati suicidi tra detenuti extracomunitari
17 agosto 2009
Due tentativi di suicidio nell’arco di 24 ore nel carcere dell’Armea. Il primo riguarda un detenuto marocchino che sabato sera ha ingerito due forchette che, pare, contrariamente al regolamento interno, non erano di plastica ma di metallo
Il giovane nordafricano, che sta scontando una condanna per spaccio di stupefacenti, dopo una breve tappa in infermeria, è stato trasferito d’urgenza all’ospedale di Sanremo. Gli esami clinici, in particolare la Tac, ha confermato la presenza delle due forchette in corrispondenza della bocca dello stomaco e di un principio di emorragia interna. Completate le indagini, nella notte il marocchino è stato trasportato in sala operatoria e sottoposto a un delicato intervento. L’operazione ha avuto un esito positivo, ma il paziente resta in prognosi riservata. Riguardo ai motivi che lo hanno indotto al gesto, si parla di una forte crisi depressiva. La polizia penitenziaria esclude l’intervento di terzi, ovvero che il nordafricano sia stato costretto a ingoiare le forchette. Resta da capire in che modo il giovane sia venuto in possesso di posate di ferro. Non è da escludere che, per scoprirlo, l’autorità giudiziaria apra un fascicolo. Vale lo stesso discorso per il secondo episodio, che risale a ieri mattina, che ha visto un altro detenuto nordafricano tagliarsi le vene di un avambraccio servendosi, sembra, di un rudimentale coltello. Le sue condizioni non destano preoccupazione. Il tunisino è stato immediatamente soccorso dagli agenti e trasportato all’ospedale dove gli sono stati applicati numerosi punti di sutura. Tre ore dopo ha fatto rientro in carcere.
Probabilmente le due vicende non hanno un collegamento diretto con la situazione di sovraffollamento che registra ormai da mesi l’istituto di pena di Sanremo. È un fatto, però, che i due tentativi di suicidio (anche se il secondo episodio sarebbe stato classificato come atto di autolesionismo), sottolinea ancora una volta le precarie condizioni in cui versa l’Armea sia in termini di vivibilità (344 detenuti al posto di 249) della struttura, sia sotto l’aspetto della sicurezza. Tenendo conto, inoltre, delle croniche carenze d’organico della polizia penitenziaria: dovrebbero essere 250, invece attualmente gli agenti effettivamente in servizio sono soltanto 172.
Tratto dal Secolo XIX


In rivolta carceri e Cie; tra incendi, proteste e digiuni
19 agosto 2009
C’è un mondo dietro alle sbarre che in questi giorni di agosto rischia di esplodere. Una polveriera caricata fino all’insostenibilità che adesso rischia di generare violenza e ribellione. Che si tratti di carceri o di centro di identificazione ed espulsione poco cambia.
I fattori sono gli stessi, dal sovraffollamento alle condizioni di vita al limite del disumano, e stesso è anche il risultato: ribellioni, sommosse, proteste violente ed una situazione che rischia di degenerare sotto agli occhi di un governo che finge di non vedere l’emergenza carceraria (nessuna traccia del piano carceri più volte annunciato, il Guardasigilli Alfano è arrivato addirittura a prendersela con l’Europa) e nega quella dei Cie. Al collasso un po’ ovunque (nonostante le smentite ferragostane di Maroni) dopo l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza con l’introduzione del reato di clandestinità e delle norme che prolungano i tempi di permanenza nei centri fino a 180 giorni.
Calata finalmente la tensione al Bassone di Como, dove i detenuti per tre giorni hanno battuto le sbarre, versato acqua e sapone nei corridoi e danneggiato le strutture per protestare contro l’affollamento che ne fa una delle strutture più congestionate d’Italia, il livello di guardia è altissimo in tutta Italia. Dopo alcune aggressioni verificatesi nei giorni scorsi a Pistoia e San Gimignano ai danni di alcuni agenti di polizia penitenziaria, ieri la rivolta è esplosa a Firenze nel carcere di Sollicciano.
Dove alcuni detenuti hanno incendiato coperte e lenzuola all’interno delle celle. Una protesta, ha spiegato il Garante Franco Corleone, causata dal pane muffito servito agli ospiti della struttura assieme al pranzo. Ma il sospetto, secondo alcuni agenti, è che il pane sia stata solo la scintilla che ha fatto deflagrare una tensione che in realtà covava da giorni. Situazione simile a quella del penitenziario di Capanne (Perugia) dove sempre ieri le fiamme si sono sviluppate in una cella.
A causare il rogo un detenute che ha dato fuoco al proprio materasso. "La situazione penitenziaria è ogni giorno di più sempre più critica - commentava allarmato ieri il segretario del Sappe, sindacato autonomo della polizia penitenziaria, Donato Capece - Ogni giorno ci sono aggressioni ad agenti, risse, momenti di tensione e ogni giorno registriamo il colpevole silenzio dell’amministrazione penitenziaria. Sono giorni, settimane, mesi che ripetiamo che la situazione penitenziaria del Paese, a causa del costante sovraffollamento, è ogni giorno sempre più critica".
Non diversa la situazione nei Centri di identificazione ed espulsione che si stanno ormai riempiendo fino a scoppiare dopo l’entrata in vigore del pacchetto sicurezza. A cavallo di ferragosto, infatti, tensioni violente e incidenti con la polizia ci sono stati nel centro milanese di via Corelli, in quello di Bari e a Torino. Lunedì notte l’ultimo episodio, questa volta a Modena. Dopo che una trentina di nordafricani avevano promosso uno sciopero della fame, infatti, altri extracomunitari reclusi nel centro di via Lamarmora hanno appiccato il fuoco a materassi e lenzuola.
Tratto dall'Unità


Dal nord al sud, dietro le sbarre esplode la protesta
di Dario Stefano Dell’Aquila (Associazione Antigone Napoli)
20 agosto 2009

Esplode la tensione nelle carceri italiane dopo ferragosto. Ormai sono quasi 65mila i detenuti per una capienza regolamentare di 43mila posti. Dietro le sbarre fino al 31 luglio sono morte 118 persone, con 45 suicidi. Le proteste di questi ultimi giorni rischiano di assumere i profili della rivolta.
In diversi istituti la tensione è sfociata in episodi di forte contestazione, mentre sono almeno dieci i penitenziari sotto osservazione per il timore di nuove possibili proteste. A Como, 400 presenti con una capienza di circa 100 detenuti, la protesta è stata dura ed è durata tre giorni. È cominciata con la battitura delle gavette sulle celle e i detenuti sono giunti a far esplodere le bombolette di gas utilizzate per cucinare.
I corridoi di una sezione sono stati inondati di acqua e sapone. Tre sezioni su sei sono state coinvolte nella protesta che è terminata solo al termine di un incontro con la direzione. Nel carcere di Sollicciano, nel quale sono presenti circa mille reclusi a Firenze, i detenuti hanno dato fuoco a lenzuola, giornali, suppellettili e hanno dato vita ad una intensa battitura delle celle, al grido di "libertà". Per riportare la calma nella struttura è stato necessario anche l’intervento di supporto di polizia e carabinieri.
Anche ad Arezzo, 140 presenti per una capienza ufficiale di 65 posti, i detenuti hanno bruciato lenzuola e asciugamani e si sono registrati scoppi di bombolette di gas. Protesta dura, ma pacifica, che è terminata con un incontro, tra detenuti e direzione. Si torna ad utilizzare perle carceri, forse con un eccesso di enfasi, la parola "rivolta" che sembrava ormai dimenticata. E invece, complici l’irrefrenabile aumento di detenuti dopo l’indulto e la fatiscenza delle carceri italiane, il clima torna ad essere teso.
Uno scenario prevedibile, visto che già a giugno scorso Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, annunciava "un’estate difficile", visto che il sovraffollamento è "un fenomeno che condurrà ad atti di estrema disperazione". Uno scenario che accomuna, insolitamente, Nord e Sud del paese.
A Milano San Vittore, 1.372 presenze per una capienza di 712 posti, secondo i dati di Giorgio Bertazzini, il garante provinciale per i diritti dei detenuti, ci sono stati 200 casi di autolesionismo e un suicidio nei primi mesi del 2009. In celle da 10 metri quadri si trovano fino sei detenuti. A Udine invece, nelle celle da 30 metri quadri si arriva a 10 detenuti. Qui i presenti sono 216 contro una capienza di 105 posti. I detenuti hanno fatto lo sciopero della fame per tre giorni. Esplode anche il Dozza di Bologna, 1.150 persone su una capienza di 437 posti, quasi il triplo. Tanto che Desi Bruno, il garante bolognese, ha definito la struttura "vicina al collasso".
Un po’ meno critiche le condizioni a Roma del carcere di Regina Coeli, dove ci sono "solo" 120 detenuti in più rispetto alla capienza di 760 posti. In Campania, su tutti, ovviamente, spicca il carcere di Poggioreale a Napoli, che con le sue 2.549 presenze e fino a 12 persone per cella, è insieme uno degli istituti più grandi e più sovraffollati d’Europa. Meno nota, ma non meno grave la condizione del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove al sovraffollamento (940 presenti su 540 posti) si è aggiunta una carenza d’acqua che ha portato prima al razionamento e poi all’uso delle autobotti dei pompieri.
Situazione critica anche in Sicilia. Nel carcere di San Giuliano a Trapani, 500 presenti per una capienza di 280 posti, ad Agrigento 444 presenti su una capienza di 190 posti, all’Ucciardone di Palermo, (690 detenuti per una capienza di 419), problemi di approvvigionamento idrico e assenza di impianti di riscaldamento.
A fare la sintesi delle problematiche di ciascun istituto emerge un quadro deprimente. Molti penitenziari sono "strutturalmente" inadeguati ai nuovi standard penitenziari. In molti casi nelle celle non ci sono le docce/in altri il bagno non va oltre un lavandino e un water da dividere in troppi. Gli edifici di vecchia costruzione assorbono molte risorse ma non si prestano ad interventi di modifica strutturale. L’assistenza sanitaria è in molti casi pregiudicata dalla difficoltà delle Asl di assumere realmente la responsabilità della sanità penitenziaria decisa finalmente dal governo Prodi. In molte regioni meridionali, i deficit di bilancio e la lentezza del reale trasferimento di competenze e risorse determina tempi lunghi anche per effettuare esami medici non complessi come le lastre.
A ciò bisogna sommare la carenza di personale civile (educatori, psicologi, mediatori) e la lamentata carenza di organico da parte dei sindacati del corpo di polizia penitenziaria che conta circa 43mila agenti. Sono proprio i sindacati autonomi i critici più severi della gestione di Franco Ionta, il pubblico ministero chiamato dal governo Berlusconi a presiedere il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e a cui è affidato anche il ruolo di commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria. Il Sappe è arrivato ad accusarlo di "incapacità" e a chiederne apertamente le dimissioni.
Dal canto suo Ionta nei giorni scorsi non ha negato le evidenti difficoltà negli istituti di pena e ha dichiarato che "serve più personale", e "l’esercito potrebbe darci una consistente mano nella vigilanza all’esterno della carceri" e
che "ciò rappresenterebbe un ragionevole ruolo sociale per i militari". Per Ionta, inoltre, è necessario realizzare il piano di edilizia penitenziaria "per il quale però servono risorse".
Il Piano straordinario, più volte annunciato dal ministro Alfano, sarà discusso dal consiglio dei ministri solo a settembre. Prevede la creazione di 17.891 nuovi posti entro il 2012 attraverso 48 nuovi padiglioni in carceri già esistenti, la ristrutturazione di due istituti e la realizzazione di 24 nuovi penitenziari. Il tutto a un costo di 1,5 miliardi di euro.
Ma al momento sono disponibili solo 200 milioni. Per il resto si ipotizza il ricorso ai privati, con forme che al momento non sono note. Bisogna anche aggiungere che anche se il Piano fosse realizzato nel 2012, con questo andamento negli ingressi, si può comunque stimare un sovraffollamento di 15mila detenuti. In assenza di altre scelte politiche, quindi, ciò che è emergenza oggi sarà emergenza anche domani.
"I numeri dell’inciviltà"
Sono ormai stabilmente 20mila più dei posti disponibili. Al 31 luglio i detenuti italiani erano quasi 64mila (vedi tabella nella pagina a fianco), a fronte di 43.327 posti regolamentari. Lo stato insomma viola le sue stesse leggi, incapace di adeguare la reclusione non solo alla finalità costituzionale che le è propria ma anche al regolamento penitenziario che esso stesso si è dato soltanto pochi anni fa. I casi di sovraffollamento più vistoso (oltre un terzo della capienza ordinaria) si registrano in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Sicilia, Puglia e Campania. Un terzo dei detenuti è straniero. Sono ben 23.516, il 36% circa del totale. In tutto, quasi 20mila reclusi devono scontare una pena inferiore ai tre anni.
Teoricamente, secondo calcoli mai discussi pubblicamente del ministero della Giustizia, la capienza "tollerabile", un concetto amministrativo e non certo regolamentare, sarebbe di 64.111 unità. Come si vede, dunque, la soglia massima è ormai prossima da qualunque punto di vista.
Nei giorni di ferragosto, dal 14 al 16, i Radicali Italiani hanno organizzato la "più grande visita ispettiva" mai realizzata dietro le sbarre. 167 parlamentari nazionali e regionali hanno visitato 189 istituti su 220 che si trovano nel nostro paese, constatando una situazione prossima al collasso e anche la mancata capacità del governo a intervenire.
"In 10 anni morti 1.500 detenuti"
Lontana l’epoca delle rivolte organizzate collettivamente. Oggi le proteste nelle carceri sono sempre più spesso estemporanee, individuali, prive di obiettivi non immediati. Spesso il segnale del disagio si nasconde in atti estremi come l’autolesionismo o, peggio, il suicidio.
Dietro le sbarre, registra l’associazione Ristretti Orizzonti, ci sono stati quest’anno ben 45 suicidi (dati aggiornati al 31 luglio scorso). Un numero altissimo, che dimostra l’invivibilità degli istituti di pena al collasso. Negli ultimi dieci anni, come dimostra la tabella accanto, sono morti per le cause più varie (da quelle naturali a overdose e malattie non seguite) ben 1.500 persone, un terzo circa si sono tolte la vita.
Sovraffollamento e mortalità sono notoriamente collegati. Subito dopo l’indulto, infatti, sempre nei primi sette mesi dell’anno si sono registrati "solo" 24 suicidi (gennaio-luglio 2007). Un dato già in crescita l’anno scorso con 29 persone che si sono tolte la vita. Quest’anno, a carceri strapiene, sono state già quasi il doppio.
Oltre ai detenuti in attesa di giudizio definitivo, che in passato sono arrivati anche a sfiorare la metà dei presenti, colpisce che circa 20mila detenuti italiani sui 64mila presenti in totale debbano scontare una pena inferiore ai tre anni. Un periodo di tempo, cioè, in cui è ben ipotizzabile un affidamento esterno ai servizi sociali per un reinserimento graduale nella società più che una permanenza per 22-23 ore al giorno senza poter fare nulla in una cella con altre 6-10 persone.
Tratto dal Manifesto

Dom, 23/08/2009 – 17:21
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