Mauro Rossetti Busa: Questa è la mia storia (III parte)
Il 16 Maggio 2002 venivo condannato a Firenze in seguito ad una denuncia sporta da una donna che era ex collaboratrice e testimone nel processo Pacciani ( Caso comunemente conosciuto come “gli omicidi del Mostro di Firenze” ). Questa donna venne picchiata aggredita e picchiata nel suo appartamento sito a Firenze in zona Lungarni.
Io non sapevo chi fosse realmente costei ma sapevo, per sentito dire, che faceva la prostituta e che conviveva col suo protettore.
Un mio amico che dormiva a casa sua, che tra l’altro le pagava l’affitto, mi ospitò a dormire per una settimana, anche io contribuì nelle piccole spese domestiche e alimentari. Una mattina, verso le cinque del mattino, rincasai in casa del mio amico e chiesi dove potevo sistemare il borsone in un posto sicuro in modo tale che fosse fuori dalla portata degli occhi indiscreti della donna e del suo protettore. Così lo sistemammo in una cantina a cui solo noi potevamo accedere ed io ebbi cura che nessuno, neanche il mio amico, potesse vedere cosa ci fosse nel borsone.
Una sera, nell’appartamento, nacque una discussione e la donna disse che non potevamo più abitare lì perché il suo uomo aveva deciso che la camera doveva essere data a dei suoi conoscenti senegalesi. Fummo dunque costretti ad andar via.
Torniamo indietro al 17 Aprile 2002, quando questa donna venne picchiata da sconosciuti e prontamente denunciò me ed il mio amico con l’accusa di lesioni aggravate. La stessa fece delle dichiarazioni se non altro contraddittorie fino al punto da far dubitare al magistrato se l’aggressione si fosse realmente verificata.
Questa donna aveva più volte minacciato di denunciare altre persone e quindi non mi meraviglierei se qualcuno delle sue conoscenze avesse ricorso a picchiare lei e il suo protettore senza volerli uccidere ma solo con l’intento di farli spaventare in modo da tappargli la bocca.
Tanto è vero che il protettore, nella sua prima denuncia, aveva dichiarato che in un primo tempo non se l’era sentita di sporgere denuncia proprio perché, nel caso in cui avesse denunciato me ed il mio amico, temeva ritorsioni verso di se e verso la donna.
Dopo anni di indagini lessi che la donna era stata aggredita da una sola persona, un suo cliente tunisino, per questioni di denaro.
In quell’anno ( il 2002), mentre mi trovavo in carcere con l’accusa di lesioni colpose, intrapresi una corrispondenza con la prigioniera Nadia Desdemona Lioce la quale si trovava in stato di isolamento totale nel carcere di Sollicciano, lo stesso carcere dove ero anche io.
La corrispondenza che avevo intrapreso con lei era una semplice manifestazione di affinità e solidarietà, non c’è mai stata una dialettica politica tanto è vero che la stessa corrispondenza venne interrotta per mancanza di tale dialettica.
Dopo una settimana vengo trasferito dal carcere di Sollicciano a quello di Fossombrone e sottoposto alla Alta Sorveglianza (AS) forse su richiesta della Procura di Firenze o dalla direzione del carcere di Sollicciano. Uscì dal super carcere di Fossombrone il 17 Giugno 2003 per decorrenza dei termini dopo un anno di carcerazione preventiva.
Il 24 Ottobre 2003 venni nuovamente arrestato per rapina aggravata e, dopo una settimana nel carcere di Sollicciano, venni rinchiuso in quello di Fossombrone, stavolta in un reparto non speciale ma comune. Dopo un anno presenziai al processo di Firenze dove venivo condannato a 6 anni e mezzo grazie alla collaborazione di due pentiti. Nel 2005, in appello, mi confermarono 6 anni e mezzo di pena grazie al patteggiamento fatto dal mio coimputato che in primo grado si era dichiarato innocente. Lui non si rese conto che, ricorrendo al patteggiamento, poteva agire a mio sfavore con il pericolo che in appello al posto dei 6 anni e mezzo ne avrei potuti prendere 12, anni chiesti dal Procuratore Generale in quanto io mi ero sempre dichiarato estraneo ai fatti contestati.
L’altro guaio lo ha commesso l’avvocato di fiducia di Firenze, Gianni Merli, il quale mi disse di aver dimenticato di ricorrere in Cassazione e che quindi avrei dovuto scontare la condanna in via definitiva. Così mi sono trovato a dover scontare 6 anni e mezzo quando forse potevo anche essere assolto!
Il 5 Maggio 2005 l’Ufficio del Tribunale di sorveglianza di Ancona, su proposta del direttore del carcere di Fossombrone, mi applica la censura alla corrispondenza per la durata di 6 mesi con le seguenti motivazioni : la corrispondenza telegrafica ed epistolare in partenza ed in arrivo a nome del detenuto in epigrafe indicato è sottoposta a censura per mesi 6. Esaminati gli atti e ritenuta la ragionevolezza di detta richiesta, in considerazione della pericolosità del condannato e del pericolo che costui possa effettuare un uso della corrispondenza strumentale al mantenimento di collegamenti con la delinquenza associata e comunque atto a determinare pericolo per l’ordine e la sicurezza visto l’art. 18 O.P.
La censura proposta dal direttore è comprensibile in relazione alla protesta che portai avanti quando seppi, per via confidenziale da un graduato che mi rivelò la situazione, che la mia corrispondenza sia in arrivo che in partenza veniva aperta, letta e fotocopiata, per poi essere richiusa. Il direttore mi chiese di dirgli chi mi aveva rivelato tutto ciò ma io non risposi. Ma poi..quale delinquenza associata, io ero in corrispondenza con un compagno anarchico del bollettino Croce Nera!
Iniziai a portare avanti delle proteste pacifiche, poi ricorsi alla violenza, violenza che consisteva nel danneggiare la cella. Feci degli esposti al DAP dove dicevo che era anticostituzionale che le finestre avessero le grate. Il 20 Maggio 2005, mentre mi trovavo a passeggiare con altri prigionieri, un cretino naziskin romano voleva in tutti i modi avere una rissa con me. Io evitai le provocazioni del tipo “ comunisti di merda .. “. Tornai in cella con una forchetta e la trasformai in un punteruolo, la mattina dopo scesi con l’intenzionale di fargli male seriamente ma venni a sapere che lo avevano trasferito in un altro carcere, peccato! Dopo una settimana venni trasferito anche io e venni portato nel Carcere Speciale di Spoleto. Lì mi venne applicato il regime di EIV ( Elevato indice di vigilanza ) e la continuazione della censura della corrispondenza.
Il 13 Aprile 2005 morì mio zio, fratello di mio padre, e non mi venne dato dal giudice di sorveglianza il permesso di assistere ai funerali. Il giudice mi rispose, dopo 8 mesi, che potevo recarmi scortato alla tomba di mio zio per dargli un ultimo saluto, io rifiutai. Il giudice di sorveglianza venne minacciato mediante una lettera il 25 Ottobre 2005 doveva veniva definito, insieme ad altro, una merda fascista.
A Spoleto spaccai l’intera cella, da lì venni trasferito a Poggioreale con note segnate in rosso, provenienti dal DAP, dove mi si descriveva come un soggetto socialmente pericoloso appartenenti a gruppi sovversivi dell’estrema sinistra comunisti e anarco-insurrezionalisti.
La censura della corrispondenza durò complessivamente 3 anni e mezzo.
L’EIV è lo specchio del 41bis, è facile essere trasferiti dall’EIV al 41bis, il clima non è poi tanto diverso.
Le docce si possono fare due volte alla settimana, mercoledì e sabato. La spesa è una volta a settimana, la lista si compila il martedì e la spesa viene consegnata il venerdì. Il passeggio è consentito per due volte al giorno, un’ora al mattino e l’altra al pomeriggio, nelle altre 22 ore siamo rinchiusi. La socialità è consentita una volta per le festività. Non esiste lavoro o corsi informatici, le giornata bisogna organizzarle da se dentro la cella : chi scrive, chi studia, chi cucina, tutto il possibile per non bloccare la propria mente. Tutta l’ala del Giudiziario di Poggioreale comporta gli stessi trattamenti riservati a noi.
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