Marcelo Villaroel dal carcere di Neuquén (Argentina)
Marcelo Villaroel dal carcere di Neuquén (Argentina)
Siamo due cileni: Freddy Fuentevilla Saa e Marcelo Villaroel Sepúlveda, attualmente rinchiusi nella Unidad de detención Nº11 di Neuquén, Patagonia Argentina.
Siamo stati arrestati il 15 marzo 2008 a San Martín de los Andes (Argentina), dove siamo giunti dopo aver attraversato la Cordigliera delle Ande a piedi, mentre stavamo entrando in un ristorante. Siamo stati aggrediti, in maniera xenofoba, da militari senza unforme, guardie del posto ed agenti di polizia.
Noi avevamo addosso delle pistole. Eravamo entrati in maniera illegale in Argentina ed in Cile eravamo fortemente ricercati perché dal novembre 2007 siamo accusati d'aver partecipato ad una rapina in banca, in pieno centro di Santiago, con successivo scontro a fuoco con i carabineros, dei quali uno rimase ferito ed un altro ucciso.
Viste così le cose, forti e complesse le ragioni, la nostra situazione potrebbe apparire come una delle tante che riempiono le pagine di cronaca nera, quelle che trattano di "pericolosi delinquenti internazionali che devono essere rispediti nel paese d'origine in quanto rappresentanti di quel flusso turistico indesiderabile per qualsiasi Stato..." e per i quali è già avviata la procedura giudiziaria, mediatica e poliziesca che espleta velocemente l'iter di estradizione e di espulsione a proprio piacimento, senza che la cosa interessi minimamente i rinomati giuristi di diritto internazionale, le organizzazioni e le associazioni che si auto-rivendicano di Diritti Umani e persino la supposta militanza dei settori popolari.
Tuttavia, sprovvisto di un intento ripetitivo ed autoreferenziale, sento la necessità di fare alcune considerazioni: siamo venuti in territorio argentino per salvaguardare le nostre vite e per avviare la richiesta del rifugio umanitario. La nostra unica e reale colpa è quella di essere dei riconosciuti lottatori sociali e degli orgogliosi combattenti popolari. Noi, nonostante l'aver vissuto per decenni la repressione, non abbiamo mai smesso di fornire il nostro apporto alla costruzione sociale anticapitalista, autonoma e rivoluzionaria negli ultimi 22 anni delle nostre esistenze, permanentemente criminalizzate e perseguitate dal nostro Stato di polizia.
-Freddy Fuentevilla Saa, 37 anni, 2 figli, perito agrario, militante del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (M.I.R.). Suo padre, nei giorni successivi al golpe militare del 1973, è stsato arrestato e torturato nei boschi dall'esercito cileno nei pressi della base navale di Valparaíso, con sequele d'ogni tipo che perdurano fino ad oggi. Suo fratello, Cristian, anch'egli militante del M.I.R., arrestato e detenuto in regime di massima sicurezza dal 1996 al 1999, ancora oggi subisce processi istruiti dalla giustizia militare che, in Cile -paradossalmente e nonostante le continue sanzioni internazionali-, condanna i civili in maniera impune e collusa con il potere politico dominante, il quale si mostra al mondo come progressista e democratico.
-Marcelo Villaroel Sepúlveda, 35 anni, 4 figli, sociologo. Arrestato da quando aveva 14 anni. Arrestato nel 1987, dal 1989 al 1990, dal 1992 al 2004 per via dell'attiva militanza in Mapu-Lautaro, organizzazione politico-militare-rivoluzionaria disarticolata dall'intensa repressione dello Stato di polizia negli anni '90. Processato e condannato dalla legge 18314 (legge antiterrorista) sia in tribunali militari che civili seguendo la duplice competenza per gli stesi reati. Sottoposto ad indulto, assieme ad una ventina di prigionieri politici, nel 2004 da una legge che riconosceva chiaramente il carattere eminentemente politico del nostro agire.
Dal momento in cui sono stato liberato ho dovuto convivere con le costanti pressioni e persecuzioni degli sbirri e dei servizi di sicurezza: telefoni sotto controllo, fermi ingiustificati, pestaggi notturni, continui pedinamenti nei quali la mano dell'inteligence non ha mai smesso d'esser presente, impedendo lo svolgersi di una vita normale. Potrei continuare, con un racconto dettagliato di ognuna delle situazioni e delle circostanze che hanno dato origine alla nostra attuale condizione, ma penso sia necessario che il mondo, per un attimo, fissi l'attenzione in quella che oggi è nota come democrazia cilena:
- una democrazia che si regge sulla costituzione di Pinochet, del 1980, e dalla quale deriva tutto il funzionamento politico-organico odierno, sottoposta solo ad alcuni aggiustamenti di facciata per ammodernarla.
- Una democrazia che, dal 1990 ed i successivi 18 anni, con 4 governi da parte della concertazione dei partiti per la democrazia, ha mantenuto centinaia di prigionieri politici nelle sue carceri -schedati come delinquenti sovversivi- sottoponendoli ad un regime di massima sicurezza e processati e condannati dalla legge antiterrorista.
- Più di 600 persone legate alle organizzazioni rivoluzionarie sono state arrestate come sanzione normalizzatrice per la loro nota militanza anticapitalista.
- Alla stessa maniera dal 1997, quando il movimento Mapuche ha radicalizzato le sue posizioni nella lotta per la libera determinazione, la repressione s'è acuita al punto che lo scontro con lo Stato cileno è divenuto inevitabile con il risultato di diversi peñi (fratelli) morti, centinaia entrati in clandestinità ed altrettanti arrestati.
Lo Stato cileno insiste nell'equiparare le azioni radicali di mobilitazione e di protesta dei Mapuche alle azioni terroriste. Il tutto sebbene numerosi osservatori internazionali -tra i quali il relatore speciale dell'ONU sui diritti umani dei popoli indigeni, R. Stavenhagen, che ha visitato il Cile nel 2003- sostengano che non bisogna inquadrare come reato terrorista né sottoporre alla legge di sicurezza interna dello Stato, ovvero la legge antiterrorista, le legittime richieste storiche di un popolo. Si giunge all'assurdo di criminalizzare con il reato di "associazione illecita terrorista" le forme ancestrali d'organizzazione sociale mapuche come il lof (comunità). Sarebbe come se ci arrestassero per il fatto d'avere una famiglia.
- Durante la democrazia più di 70 combattenti popolari sono stati assassinati dalle forze antisovverisive della polizia, senza contare gli anonimi proletari assassinati nei commissariati in strane circostanze, così come i kona e i weichafe (guerrrieri mapuche). Nessun poliziotto è mai stato arrestato per la brutalità del suo modo d'agire. I falsi scontri a fuoco, i proiettili sulla schiena come nel caso di Claudia Lopez, Matias Catrileo, Fernando Soto Duran e Alex Lemun, solo per ricordarne qualcuno, sono un continuo e permanente ricorso al "metodo dissuasivo" dei carabineros e, sebbene con maggiori precauzioni, della PDI (policía de investigaciones, polizia scientifica).
- In democrazia l'applicazione della tortura in maniera sistematica è una pratica adottata da poliziotti e gendarmi, in modo da "rammollire" chi si trova nelle loro mani: abuso sessuale, sospensione prolungata, asfissia con sacchetti di plastica sulla testa, introduzione di tubi ad alta pressione nella bocca e nell'ano, privazione del sonno, obbligo a restare in piedi e senza dormire per giorni interi, bendati e ammanettati in posizioni scomode, solo per nominare alcune di queste pratiche che, nonostante le denunce, non sono mai state sanzionate o punite, né hanno trovato dei giudici imparziali disponibili ad indagare.
- La direzione d'intelligence di polizia dei carabineros (DIPOLCAR) creata nel 1988, quando Pinochet era ancora al potere, ha tra i suoi fondatori José Bernales, recentemente scomparso a Panama in un incidente elicotteristico. I suoi funerali si sono trasformati in uno spettacolo mediatico teso ad ottenerne la pontificazione come "generale del popolo", lui che è stato assassino, violentatore e disumano nel trattamento dei detenuti.*
- La palese complicità tra le polizie, il potere politico, quello giudiziario e quello legislativo fanno del Cile e del suo stato di diritto uno dei più repressivi dell'Amercia latina, in cui la dissidenza politica viene considerata delinquenza terrorista, vandalica e sottoproletaria. Si permette solo il dissenso all'interno di una legalità fortemente restrittiva, dove al minimo cenno di radicalità della protesta sociale scattano la repressione e la persecuzione con tutto il rigore della legge. La stessa legge fatta su misura per garantire coloro che sfruttano e dominano il Cile, da oltre un trentennio, con un capitalismo selvaggio e depredatore.
Noi, quando abbbiamo dovuto affrontare la persecuzione e la condanna mediatica attraverso una montatura di polizia senza precedenti negli ultimi anni, non eravamo individui isolati, ridotti solamente al legame affettivo di familiari ed amici, bensì eravamo e siamo parte attiva di un settore social-popolare-rivoluzionario libertario che costituisce, da diverse sensibilità e microculture di resistenza, un percorso di liberazione indigeno e proletario.
E' evidente che non crediamo nel loro cammino di partecipazione sociale che mantiene il lavoro salariale con altissimi indici di plusvalenza, al loro sistema elettorale che oscilla tra la destra e la sinistra del capitale, allo Stato di polizia assieme agli strumenti di controllo e di punizione come metodi di contenimento della ribellione sociale e delle resistenze indigena e popolare.
La nostra scommessa e le nostre decisioni indiviudali e collettive sono state il recupero della memoria di lotta che, inevitabilmente, si scontra con tutto il tessuto democratico del capitale. Ciò perché recupera la nostra identità di classe e ci posiziona come protagonisti attivi delle nostre esistenze, generando una comunità di idee e di valori antagonisti a quelli imposti dalle classi dominanti in un paese che si vende al mondo come democrazia avanzata e come disciplinato alunno-alleato degli USA nella regione.
Dall'autonomia nelle forme organizzative, di tipo orizzontale, si è espresso un modo di sentire attraverso l'azione diretta, generando cultura per la guerra sociale. Si sono scambiate le esperienze con altri popoli, altre lotte, riconoscendo il carattere multiforme dell'azione rivoluzionaria che si rifiuta di vivere in questi tempi difficili sotto il dominio del capitale e di un deprimente spettacolo di morte.
Si è così venuto a costruire un settore del campo popolare cileno che oggi deve affrontare la persecuzione e la repressione sostenute da nuove tecnologie di controllo imposte dallo Stato che non lesina sforzi e risorse.
Queste sono la nostra provenienza e la nostra identità d'appartenza. Siamo consci del fatto che l'esercizio dell'espanzione della lotta in America latina è la sfida che dobbiamo affrontare per combattre un nemico che è mondiale.
Adesso, in Cile, ci aspettano le pene dell'inferno. Condannati dai media, giudicati dalla polizia senza essere nemmeno indagati, siamo destinati ad una punizione esemplare quale messaggio diretto a tutte e tutti coloro che oseranno trasgredire la pace sociale dei ricchi.
L'unica via d'uscita che oggi abbiamo è la richiesta di rifugio umanitario, il cui iter abbiamo avviato a norma di legge qui in Argentina.
Per certi aspetti la nostra situazione è simile a quella dei contadini paraguaiani, qui in Argentina (si tratta di alcuni contadini fuggiti dal Paraguay, detenuti in Argentina, in attesa dell'estradizione. Anch'essi stanno lottando per ottenere il rifugio umanitario -ndt). Perseguitati nel loro paese d'origine, accusati di un'infinità di menzogne divenute verità giudiziarie, esposti ai patti politici ed economici interstatali in cui le priorità sono gli investimenti, gli accordi commerciali e non il vero rispetto -autonomo- dei diritti umani degli eternamente perseguitati.
Noi qui, a Neuquén, sotto un asfissiante regime carcerario consistente in oltre 20 ore rinchiusi in celle singole, senza uno spazio in cui poter camminare, senza vedere la luce naturale per "motivi di sicurezza" impartiti dal capo provinciale delle unità detentive, nonostante tutte le restrizioni e le punizioni dei carcerieri abbiamo dato vita a dei legami con reti d'appoggio. Si tratta di fratelli e sorelle che hanno fatto proprie le nostre rivendicazioni ed hanno iniziato ad agire concordando con gli obiettivi prefissati che sono:
a- scorrere il velo sulla cruda realtà cilena e sulla continua repressione al settore popolare e al movimento Mapuche.
b- Diffondere la nostra situazione come evidenza presente di una lotta rivoluzionaria-libertaria che non si ferma.
c- Instaurare un tessuto sociale d'appoggio qui in Argentina per il buon esito della nostra richiesta di rifugio umanitario.
d- Approfondire i legami di unità e di articolazione delle sensibilità che affratellano i due lati della Cordigliera.
e- Ampliare la solidarietà quale principale arma di lotta per tutti i compagni resi invisibili dietro le carceri-centri di sterminio del capitale.
Per concludere, vorrei salutare con un abbraccio ed un bacio fraterno ognuno dei compagni e delle compagne che hanno costituito delle reti d'appoggio qui a Neuquén, a Buenos Aires, Santiago, Valparaíso, Iquique, La Serena, a Barcellona, in Messico, in Italia, in Brasile e nei diversi luoghi in cui ci hanno fatto sentire il vitale ed incondizionato appoggio in modo che tutto questo si risolva nella miglior maniera possibile.
Con un appello a non smettere nella lotta per l'emancipazione umana, vi lascio con un forte grido di resistenza alla punizione dello Stato-Capitale e con la forza e la fiducia affinché i nostri sogni di liberazione non siano ristretti nelle loro carceri...
Fino a che ci sarà miseria, ci sarà la ribellione!
Rifugio umanitario adesso!
Abbasso le mura delle carceri: prigionieri liberi!
Marcelo Villaroel Sepúlveda
Prigioniero politico d'origine cilena
Rivoluzionario Libertario
domenica 24 agosto 2008
Unidad de Detención Nº11
Neuquén, Argentina
* José Bernales è stato nella DIPOLCAR sino al 1995. Fino a tale data è stato il responsabile diretto ed operativo della disarticolazione dell'organizzazione Mapu-Lautaro e dell'insieme sociale che ne faceva parte. Ha partecipato ad operazioni di annientamento e siamo certi che abbia partecipato personalmente alla morte della nostra cara Norma Vergara, assassinata con tre colpi al petto sparati da un cecchino della DIPOLCAR. José Bernales è stato trasferito, durante il pieno acuirsi del conflitto mapuche, nel territorio di questo popolo originario. Lì ha diretto la repressione delle comunità, gli arresti in massa, le perquisizioni con la logica della controguerriglia, la politica della terra bruciata, il tutto per criminalizzare un popolo senza comprendere che non ci sono leggi né punizioni capaci di spezzare un sentimento che è infinito, come l'amore per la libertà.
José Bernales ha conosciuto anche il Movimiento Lautaro, che ha represso personalmente. Ha applicato le sue tecniche di repressione, apprese nel MASSAD, contro il popolo Mapuche. Anche quando è stato nominato direttore generale dei carabineros la sua politica è stata in piena continuità con quella prepotente ed antisovversiva dei suoi precedessori. Questo personaggio ci ha condannati a morte in pubblico ed a soffrire le pene dell'inferno fino a che restavamo nelle sue mani. Ma non sarà più possibile perché è morto!

