Genova, luglio 2001... Fatti nostri...

riceviamo e diffondiamo:

Il comitato Piazza Carlo Giuliani, il comitato verità e Giustizia per Genova, vari intervistati, intervistatori, moderatori, giornalisti, ambientalisti, politici, avvocati, dissociati, sicuramente rigorosamente democratici, stanno per terminare l’annuale kermesse. Per l’ennesima volta e con il solito stile: appropriazione indebita a fini di restyling.

Quest’anno si sono allungate le mani su Pinelli, Serantini, Lorusso, Fausto e Iaio. Anche loro, con il passar degli anni, riconosciuti come vittime di stato e magari come fulgidi esempi di difensori della democrazia. Questi compagni non potranno patire l’affronto e noi, a questa apoteosi di manfrine e revisioni in annuale aumento esponenziale, cerchiamo ormai solo di sfuggire. (D’altra parte siamo anche reduci dall’altra annuale “epifania” genovese: il 30 giugno, adeguatamente santificato dai degni eredi di coloro che si incaricarono, cinquant’anni addietro, di rispedire tutti i manifestanti a casa perché lo scopo era la caduta del governo Tambroni, mica l’insurrezione).

Colpisce in modo particolare l’applicazione della proprietà transitiva tra il G8 genovese ed il movimento del ’77: il recupero di un cattivo di allora è la ciliegina sulla torta pazientemente impastata dai professionisti del Diritto, della petizione, degli “Osservatori su…” e della vasellina.

Un po’di storia.

La mattina dell'11 marzo 1977 a Bologna, in seguito ad una contestazione davanti all'Istituto di Anatomia dove Comunione e Liberazione voleva svolgere un’assemblea, i giovani del gruppo cattolico si barricano all'interno di un'aula invocando l'intervento delle forze di polizia. Appena giunti sul posto, con mezzi spropositati, i carabinieri si scagliano contro i compagni. Nel corso degli scontri successivi, che interessano tutta la zona universitaria, Francesco Lorusso, 25 anni, militante di Lotta Continua, viene raggiunto da un proiettile mentre sta correndo per cercare riparo. Muore sull'ambulanza durante il trasporto in ospedale. Il carabiniere ausiliario Massimo Tramontani aveva esploso vari colpi appoggiando il braccio su un'auto per prendere meglio la mira. Lo sparatore, arrestato agli inizi di settembre e scarcerato dopo circa un mese e mezzo, sarà in seguito prosciolto per aver fatto uso legittimo delle armi.

Quando si diffonde la notizia dell'assassinio, migliaia di persone affluiscono all'Università.“Si fece una rapida assemblea tra l’odore pungente della benzina: si decise di dirigere il corteo verso la sede della Democrazia Cristiana, l’Ufficio di rappresentanza del Resto del Carlino e la Stazione. Nessuno parlò di vetrine, nessuno fece niente per impedire che andassero distrutte. Certo, era inquietante il rumore dei tonfi dei vetri che andavano in frantumi ai lati del corteo: cascate di ghiaccio attorno a noi, che portavano nell’animo un gelo ben più grande.” (Gabriele, amico di Francesco)
Dopo che la manifestazione, partita nel pomeriggio, viene dispersa da violente cariche e mentre il servizio d’ordine del PCI si schiera a difesa del Sacrario dei Caduti per provocare il corteo le federazioni bolognesi del Pci e della Fgci distribuiscono questo volantino:
"... Una nuova grave provocazione é stata messa in atto oggi a Bologna. Essa ha preso il via da un'inammissibiie decisione di un gruppo della cosiddetta Autonomia di impedire l'assemblea di Comunione e Liberazione e da gravi interventi da parte delle forze di polizia. Di fronte a una situazione di tensione nella quale ancora una volta é emerso il ruolo di intimidazione e di provocazione dei gruppi neosquadristici, si é intervenuto con l'uso di armi da fuoco da parte di agenti di PS e dei carabinieri...
Dev'essere isolata e battuta la logica della provocazione e della violenza che piú che mai é al servizio della reazione. Da tempo nella nostra cittá ristretti gruppi di provocatori, ben individuati, hanno agito all'interno di questa precisa logica".

Cossiga non dovette nemmeno sporcarsi le mani per mandare i carri armati per le strade di Bologna: li chiese direttamente il PCI.

“Il giorno dopo, dal primo pomeriggio cominciarono gli scontri all’università. In mattinata venne rifiutata la parola ad un esponente del Movimento alla manifestazione sindacale: il cerchio di ferro si chiudeva. Per otto ore si resistette: sulle barricate verso sera suonava un pianoforte. Poi qualcuno decise e praticò l’esproprio dell’armeria Grandi: in tutta risposta arrivò una raffica di mitra ad altezza d’uomo. ”(Gabriele)

I fatti di Bologna caricano di tensione l'imponente corteo nazionale contro la repressione che si svolge il 12 marzo a Roma. Bottiglie molotov vengono lanciate contro sedi della DC, comandi di carabinieri e polizia, banche, ambasciate. Gli scontri nelle strade sono violenti, e in alcuni casi si svolgono a colpi di arma da fuoco.
“Il giorno dopo ci svegliammo coi blindati in città e i tiratori speciali sui tetti. Cominciarono gli arresti di chiunque per strada formasse gruppi superiori a cinque persone e rifiutasse di disperdersi: così finirono dentro decine di tifosi del Bologna, venuti in centro in modo organizzato e circa 260 compagni. La detenzione di limoni era considerata sufficiente a dimostrare una volontà di resistenza. Radio Alice era chiusa.” (Gabriele.)

Le persone arrestate per quelle giornate sono 129 (oltre a 30 denunciate a piede libero).
Nei processi per "direttissima" la giustizia di Bologna emette delle sentenze assurde: due anni e 8 mesi a Renato Resca di 19 anni trovato in possesso della catenella del suo motorino (da notare che Resca compare in aula in barella dal momento che è stato pestato a sangue tanto all'arresto che all'arrivo in carcere ed ha avuto una crisi epilettica); 2 anni e 8 mesi a Fantuzzi, accusato di porto d'arma; 1 anno e 6 mesi a Nicola Pastigliano di 20 anni per porto di arma da guerra (aveva raccolto la parte superiore inesplosa di un candelotto).
Casi di tortura si verificano a Roma.

Ai compagni, ai familiari e agli amici di Francesco si impedisce di svolgere il funerale in città e di allestire la camera ardente nel centro storico, mentre il contatto ricercato dal movimento con i Consigli di Fabbrica e la Camera del Lavoro è reso difficile dalla posizione assunta dalle organizzazioni della sinistra storica. La frattura con il PCI raggiunge il suo apice nella manifestazione contro la violenza, organizzata per il 16 marzo a Bologna dai sindacati confederali, con la partecipazione, tra gli altri, della DC. In quell'occasione al fratello di Lorusso viene vietato l'intervento dal palco.
Seguì lo stato d’assedio e il divieto assoluto di manifestazione. Seguì la teoria del “complotto” imbastita dal PCI per estirpare dalla sua città-simbolo il corpo estraneo di un movimento che aveva il difetto di essere nato in contemporanea con la strategia del “compromesso storico” e di risultare indecifrabile e ingombrante per i criteri statici della loro lettura politica. Sì, molto ingombrante perché “Ora i sassi, le bottiglie, le barricate, sono di tutti, non c’è niente di nascosto. La retorica commemorativa non percorre neppure per un attimo i gruppi delle facoltà, delle scuole. L’attacco è contro tutti.
Ucciso un compagno, non hanno militarizzato piccoli gruppi, ma hanno dato a tutti la responsabilità di difendersi e di capire.
L’attacco che si prepara è passato attraverso un dibattito politico ancora vacillante, una ricerca promossa dalle case dei compagni, dalle esperienze collettive che avevano ricondotto capillarmente al posto giusto le parole e la critica.
La critica è viva e manifesta; la ricomposizione si manifesta cristallina nella agitazione delle piazze e delle strade e la violenza ci cresce dentro in un’opposizione radicale simultaneamente pedagogica e non separata….
La vendetta non può più essere fatta di epicità isolata, ma di assimilazione e di coscienza, di amore e di ricerca di amore.
Mi viene da pensare ai funzionari di partito, ai giocolieri prezzolati delle parole, ai cadaveri ammuffiti degli insegnanti democratici.
La linea di demarcazione è diventata un fossato: tra il cinismo della cultura ufficiale che è l’arroganza del potere, e la forza della vita e delle contraddizioni reali che si agitano e si compongono su mille fronti….

Si dice che qualcuno è stato arrestato. In Piazza Verdi affluiscono folti gruppi di compagni: siamo tutti stremati, assenti, scossi. Molti girano per la piazza chiedendo di questo e di quello, io chiedo di Sara, di Gigi, di altri amici e solo quando li vedo riesco a sentirmi addosso la stanchezza, la fame,la sete.
Tutti i bar sono chiusi, non c’è neanche una fontanella per l’acqua. Molti entrano al «Cantunzein» e dopo un po’ girano pezzi di carne, frutta, bottiglie di vino. Penso che non è né giusto né sbagliato. Nessuno si diverte del saccheggio, si mangia e si beve per tenersi su. Non riesco a parlare con nessuno, non mi va di raccontare e di sentire racconti.
Riprendo a pensare a Francesco, alla morte, all’assenza, a me. La notte mi ha riportato la paura, gli scricchiolii delle porte. Ogni sigaretta sa di lacrimogeno.” (Bologna, marzo 1977…Fatti nostri)

Io che pensavo a Francesco quel 12 marzo a Roma, ho ritrovato fra noi neosquadristi, provocatori, punkabestia, blackblock che pensavamo a Carletto in quei giorni di luglio, la stessa assenza di retorica commemorativa, la responsabilizzazione orizzontale, la ricomposizione nelle strade, l’opposizione radicale pedagogica e non separata.

Noi non partecipiamo alla kermesse, non saremo ad ascoltare l’intervista di Guadagnucci al curatore dell’ Annuario dei Diritti Globali 2010, Sergio Segio. Ne abbiamo abbastanza di precedenti interviste:«del resto fummo io e un compagno di partito di Napolitano, ora mai ricordato, Ugo Pecchioli a mettere su una operazione di guerra psicologica per trasformare i terroristi rossi in criminali comuni. Pecchioli, persona serissima, organizzatore della Gladio Rossa, si era occupato molto di queste cose. Ci aveva fornito i nomi di chi non aveva rinnovato la tessera del Pci - potenziali reclutati – e grazie a lui infiltrammo giovani del Pci nell’autonomia che ci fecero poi da spie» (da Le interviste del Buon Caffè, 24 gennaio 2010) o anche: “le Brigate rosse, sebbene ne siano componente ultra-minoritaria, sono e coabitano nel Movimento, hanno infiltrato il sindacalismo di base” (dall’articolo di Carlo Bovini, 29 ottobre 2003)

L’ex comandante Sirio ed altre fetenzie umane potranno pure continuare a farsi paladine dei nostri diritti, della qualità della vita e delle relazioni sociali, dei cittadini più deboli o esclusi (per dirla a modo loro), magari ancora a colpi di infamità, ma sempre le contraddizioni reali si agiteranno e si comporranno su mille fronti rumoreggiando come cascate di ghiaccio.

una comunista genovese

Mar, 27/07/2010 – 13:19
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