Genova - Dalla Parte di Sisifo

Questo volantino è stato distribuito all'iniziativa di sabato 5

Dalla parte di Sisifo
A proposito di sgomberi e contestazioni

Sisifo aveva osato sfidare gli Dèi, per questo era stato condannato a spingere un enorme masso dalla base di un monte sino alla vetta. Ogni volta che il masso arrivava alla cima, inesorabilmente, rotolava di nuovo a valle. Per l’eternità.
Anche noi ci sentiamo un po’ nei panni di Sisifo, come lui continuiamo a spingere “un masso” lungo il crinale di un monte che ogni giorno si fa più impervio. Ma a differenza del “mito”, noi, non appena iniziamo a scorgere la vetta, ecco che ci tocca ricominciare daccapo. Almeno così può sembrare.
La nostra vetta è la libertà, per noi e per tutti. Il nostro cammino è fatto della fatica di combattere ogni giorno contro degli Dèi –decisamente più cialtroni di quelli dell’Eroe – che stanno precipitando la società nel baratro della barbarie. La salita che affrontiamo e che cerchiamo di superare è quella che si inerpica su una montagna di “rumenta” fatta di razzismo, leggi contro i poveri, militarizzazione, controllo, guerre e repressione. Di fronte a questa montagna, di fronte alla radicalizzazione dell’orrore a cui questo regime ha deciso di condannarci, abbiamo deciso di combattere, abbiamo capito che è importante ricreare le basi per un cambiamento reale del mondo, anche se questo può apparire lontano. E così ci siamo lanciati nella “scalata”.
E’ in nome di questo amore per la libertà ed in odio alle miserabili condizioni – emotive, economiche ed intellettuali – che ci hanno imposto che siamo scesi in piazza nelle tante contestazioni che hanno avuto luogo a Genova negli ultimi mesi. Abbiamo deciso, pur con pochi strumenti e con poca esperienza, che era il momento di cominciare ad “alzare il culo”. Dovevamo e dobbiamo difenderci dagli attacchi del regime, dovevamo e dobbiamo non concedere strada e “quartiere” ai fascisti (d’ogni colore, comunque tentino d’agghindarsi) e alla militarizzazione delle nostre vite. Dovevamo e dobbiamo agire ora, smettendo di lamentarci davanti alla televisione o versando lacrime di coccodrillo per i tanti uomini e le tante donne che per primi cominciano a subire la furia xenofoba del regime.
La storia ci ha sin troppo bene insegnato che dietro la presunta giustificazione del “non ci si può far nulla” o del “siamo troppo pochi” si nascondo le peggiori tragedie, “l’attenuante” non è che l’ipocrisia dietro cui si cela la vergogna dei vili.
Nell’affrontare il nostro cammino ci siamo accorti con una certa meraviglia e con felicità che, seppur per pochi momenti, Sisifo non era più solo. Tante persone ancora armate di solidarietà ed indignazione sono accorse a spingere il “masso”. Così, insieme, abbiamo cacciato i fascisti, abbiamo cacciato i leghisti, abbiamo fatto sentire la nostra voce contro un Governo che ci impone l’esercito nelle strade ed i campi di concentramento appena “fuori porta”.
E lì che abbiamo capito che, forse, non tutto era perso. Che forse è possibile attaccare il regime, che è possibile ancora poter fermare il“mostro”.
Se gli uomini hanno il coraggio di sfuggire alla politica ed alla delega,se hanno il coraggio di auto-organizzarsi facendo delle proprie differenze il punto di forza per partire all’attacco, ecco che allora si può cominciare a gettare le basi per la costruzione di una forza sociale veramente in grado di dare del filo da torcere ai “nostri” padroni.
Per queste ragioni, nonostante l’estate, abbiamo preferito non andare in vacanza. Era, ed è ancora, per noi importante non perdere per strada quegli abbozzi di solidarietà ed auto-difesa che avevamo visto accendersi nelle strade di Genova. Sapevamo, altrettanto, che per alimentare le possibilità di offensiva contro il regime – ed impedire il recupero delle tensioni da parte della sinistra politica - non bastava ritrovarsi sporadicamente nelle piazze, bisognava che l’eterogeneità che si era espressa “nelle piazze” trovasse dei momenti di confronto: questa la principale ragione per cui abbiamo deciso di occupare in Castelletto il 29 luglio.
A parte i nostri bisogni abitativi, volevamo un luogo aperto, di discussione, che potesse cominciare a mettere in campo quella forza sociale che ci auspichiamo possa crescere. Dunque abbiamo occupato, abbiamo cominciato a costruire dei momenti di incontro, abbiamo imparato a conoscerci nella diversità, abbiamo consolidato vecchie relazioni ed intessuto nuove complicità. Poi, qualche giorno fa, la politica ha deciso che tutto questo doveva avere un fine.
Gli Dèi oltraggiati hanno inviato i loro sgherri in divisa ed hanno messo fine all’occupazione, con la complicità dei pompieri sono arrivati i nforze ed hanno svuotato il luogo delle nostre relazioni, la base da cui avevamo scelto di partire per l’offensiva.
Non era evidentemente possibile sopportare altre contestazioni, è chiaro che nessuna forma di dissidenza può più essere tollerata dal regime. Pe rquesto hanno tentato di fare terra bruciata intorno a noi, con le solite calunnie ed invenzioni giornalistiche e con la solita lista di denunce e procedimenti in corso. La parola d’ordine del Governo è chiara: tutte le opposizioni reali debbono essere stroncate con ogni mezzo.
Ma se possono privarci del luogo non possono toglierci quello che, intermini di relazioni ed esperienza, abbiamo costruito. Oggi c’è una casaoccupata di meno, c’è uno spazio assembleare di meno, ma ci sono dellecomplicità in più. E questa è la cosa importante.
Lo sgombero della casa che abbiamo occupato così come le tante denunciepartite per le contestazioni non sono solo un affare privato fra un pugnodi sovversivi e lo Stato, esse sono un affare di tutti. Sono un affare ditutti perché nel condannare alcuni di noi è la libertà e la lotta ditutti che viene colpita, perché nello sgombero di un luogo di discussionee di opposizione è la possibilità di discutere e di protestare di tuttiche viene attaccata ed impedita.
Non chiediamo la solidarietà nei nostri confronti né tantomeno disposare le nostre idee acriticamente, ma è un dato di fatto che tutticoloro che sono scesi in piazza contro le varie politiche del regime inquesti mesi debbono ora, di fronte ai primi attacchi repressivi, trovare lacapacità di reagire. Retrocedere di fronte alla repressionesignificherebbe buttar via quello che finora è stato fatto che, anche sepuò apparir poco, è comunque un punto d’inizio importante. Del resto èpur vero che Genova è stata almeno un esempio, l’unica città – comedicono i politici indignati – in cui i fascisti, i leghisti ed i militarinon hanno avuto l’agibilità sperata nel centro storico della città.
Ora siamo a “fondo valle”, e dobbiamo ricominciare a spingere il massosu per la china. Sarà difficile, forse ricadrà di nuovo. Ma questa voltaa spingerlo siamo di più, e ancora di più potremmo essere. Le denuncesono carta da tribunale, la galera può rinchiudere i corpi ma non i cuori,le case sono solo dei mattoni: le relazioni, la complicità, gli affetti,le idee… queste sono la forza, e queste stanno crescendo. Nonostantetutto, paradossalmente, abbiamo vinto la battaglia… e Sisifo si apprestaper una nuova salita.

Anarchici e libertari a Genova

Mer, 09/09/2009 – 17:22
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