Ferro, fuoco e catene (un testo di Michele Pontolillo)
FERRO, FUOCO E CATENE
"La vera mafia è l’antimafia". Inappellabile giudizio quello di Leonardo Sciascia che corrobora la perfetta coincidenza simmetrica dell’identico, l’unita degli opposti, le due facce della stessa medaglia. Ma, si sa, nessuno è mai stato profeta nella sua terra. Che l’antimafia con la sua procura nazionale, la divisione investigativa antimafia (DIA) e le direzioni distrettuali antimafia (DDA) sia una organizzazione saldamente radicata sul territorio, in modo tentacolare, capace di arrivare dappertutto, che agisce nell’ombra e che dispone di infinite risorse umane e materiali garantite dai fondi pubblici dello Stato è una verità che onestamente non ammette confutazioni.
L’antimafia nasce come strumento di emergenza per contrastare le cosiddette guerre di mafia scoppiate negli anni ‘70 e ‘80 in Sicilia, Calabria e Campania che provocarono centinaia di morti tra i quali alcuni nomi eccellenti.
L’Italia è il paese delle emergenze: emergenza criminalità, emergenza immigrati, emergenza rifiuti, emergenza sanità, emergenza caldo, emergenza freddo, emergenza emergenza… Ad ogni emergenza corrisponde un intervento politico-istituzionale-amministrativo altrettanto emergenziale. L’aspetto precipuo di questo paese è che ciò che nasce come risposta ad un momento di crisi circostanziale si trasforma magicamente in stato d’eccezione duraturo e permanente. A mio modesto parere la tanto sventolata lotta alla mafia è solo un pretesto per tenere in vita e immettere nuova linfa a questa enorme organizzazione che consuma ingenti cifre del bilancio dello stato e che si è rivelata utile per il controllo economico e sociale delle regioni del sud. Con 1’antimafia è possibile trasferire i patrimoni aziendali di imprenditori scomodi del sud nelle mani di uomini di fiducia della confindustria, delle cooperative rosse, bianche o tricolori, delle grandi banche commerciali; è lo strumento idoneo per praticare vendette, per eliminare avversari politici o invadenti competitori economici e ovviamente per schiacciare sotto il tacco della brutale repressione le spinte auto-organizzative delle popolazioni del meridione. Insomma, un vero e proprio mostro creato dalla borghesia capitalista del nord per opprimere e legare al proprio controllo le regioni del sud.
La diffusione della cultura dell’emergenzialismo ha visto impegnati tutti i mezzi di manipolazione dell’informazione e delle coscienze sempre prodighi quando si tratta di dare voce e visibilità a pseudointellettuali che all’improvviso si scoprono esperti in questione di mafie, di clima, di economia, di aerofagie e offrono gratuitamente tanto – le chiacchiere non costano nulla – ricostruzioni storico-giuridiche, analisi assiomatiche, interpretazioni scientifiche, esotiche chiavi di lettura, risposte, soluzioni… L’obbiettivo è quello di conferire legittimità e assicurare continuità alla grossa industria giudiziaria, poliziesca, mediatica, economica, culturale che si è formata intorno all’idea-mafia. Decontestualizzando il fenomeno si giunge alla costituzione del male assoluto di fronte al quale o si combatte e si vince o si soccombe. Un procedimento ormai collaudato che si dimostra sempre efficace quando si tratta di convocare le moderne crociate.
Oggi è sufficiente dire qualsiasi stronzata contro la mafia per essere invitati a tutti i programmi televisivi, guadagnare importanti spazi nelle maggiori testate giornalistiche e magari farsi assegnare una scorta per aumentare la suggestione e la falsa credenza che la mafia c’è, è pericolosa e colpisce con furia omicida chiunque gli capiti a tiro.
Detto questo sarei un ingenuo e uno sprovveduto se affermassi che la mafia non è mai esistita o se negassi la sedimentazione tra le pieghe della stratificazione sociale di gruppi di potere mafiosi in aperta collusione con l’economia legale e con la classe politica al punto tale da culminare nell’osmosi. Ma se la mafia è il potere ufficiale bisogna allora stabilire chi sono tutte quelle persone che ogni giorno vengono raggiunte da ordinanze di custodia cautelare a firma della DDA e che nella maggioranza dei cas riportano condanne definitive per associazione a delinquere di stampo mafioso (art.416 bis C.P.).
Quella sera si respirava aria di festa alla masseria di "Zì Tore".
Carmine Crocco si era recato alla masseria per fare rifornimento di viveri, vino, biancheria, sigari, medicinali e riunirsi con i suoi uomini. Intorno ad un vecchio tavolo sulla cui superficie vi erano distribuiti in ordine sparso fiaschi di vino mezzi pieni e mezzi vuoti, alcuni uomini discutevano animatamente. Oggetto della disputa verbale era Giuseppe Garibaldi. Lo avevano accolto con entusiasmo, avevano riconosciuto in lui la stoffa del "Libertador", si erano uniti a lui convinti che vincere questa guerra gli avrebbe reso pane e giustizia. E invece furono consegnati surrettiziamente nelle mani di un nuovo padrone, i Savoia, ancora più avido e spietato del precedente.
Mimmo, il più giovane, cercava inutilmente di smorzare i toni decantando le virtù militari e i nobili ideali che spinsero quest’uomo a lottare lontano dalla sua terra ma gli altri, ebbri di vino e di livore, inveivano contro il tradimento subìto e difendevano con veemenza la necessità di restaurare il dominio borbonico.
Carmine sedeva in disparte. Puliva con dovizia il suo "cannemozze" dal quale non si separava mai, neanche quando si trovava in luoghi tranquilli. Non amava le sorprese. Era assorto nei suoi pensieri oscuri e tumultuosi.
Domani i lupi sarebbero usciti dalle loro tane e Carmine già avvertiva nelle narici l’odore acre della battaglia.
Ninco Nanco era nascosto insieme ai suoi fedelissimi nei boschi di Monticchio. In quella notte particolarmente buia e fredda i briganti sedevano intorno al fuoco in attesa che spuntassero le prime luci dell’alba. La tensione degli uomini era palpabile, il più lieve rumore bastava a farli saltare in piedi. L’appuntamento con Carmine era a Lagopesole dove ad attenderli c’erano centinaia di miserabili contadini dei latifondi del principe Doria armati con rudimentali attrezzi agricoli. Quel giorno sarebbe state l’inizio della redenzione da secoli di oppressione e sfruttamento.
Carmine Crocco, detto Donatelli, era un uomo robusto, tarchiato, di statura vantaggiosa. L’aspetto grave, lo sguardo torvo, le spalle quadrate, il collo taurino, l’occhio mobile facevano di lui una figura che incuteva rispetto e ammirazione. Le sue virtù erano il coraggio e la decisione, l’intelligenza e la furbizia, l’acutezza e la perspicacia. Nacque a Rionero in Volture nel 1830. Quando aveva solo sei anni sua madre fu gravemente ferita da un signorotto arrogante mentre il padre languiva ingiustamente in carcere a causa di una falsa denuncia. A otto anni lavora come vaccaio per dare sostegno alla madre di salute cagionevole. A diciannove anni è soldato sotto il borbone ma è costretto a disertare dopo aver ucciso un sergente per rivalità amorose.
Tornato a Rionero fa vibrare il suo pugnale contro un signorotto del paese che insidiava la sorella e si dà alla macchia costituendo con Ninco Nanco, il suo migliore amico, una banda armata. Arrestato, nel 1859 fugge di galera e si rifugia, latitante, nella zona del Volture. Nel 1860, affascinato dall’idea Garibaldina presta il suo aiuto nell’insurrezione del melfese ma subito dopo viene nuovamente arrestato. Il 4 febbraio 1861 riesce a evadere e si rifugia nei boschi di Lagopesole.
II giorno 8 aprile a Ripacandida sono almeno quattrocento i contadini ed i soldati allo sbando che seguono Crocco e la sua armata. II giorno dopo insorge Ginestra e quello dopo ancora Venosa. Per tre giorni le bande dei contadini armati, saliti ormai a seicento uomini tengono Venosa; vengono saccheggiati i palazzi dei proprietari terrieri, si incendiano gli archivi comunali, si aprono le carceri, si pongono riscatti sulle teste dei galantuomini, si distribuiscono arredi, masserizie e viveri al popolo, si bruciano le carte e i titoli della proprietà privata.
Il 14 le bande occupano Lavello dove vengono presi 300 fucili e vengono prelevati 7.000 ducati dalle casse del comune e di questi 6.500 vengono distribuiti ai poveri.
Intanto tutta la Basilicata insorge: Avigliano, Rapolla, Coraguso, Calciano, Atella, Barile, Calitri. Al grido di: "I topi hanno mangiato i gatti" si impossessano delle armi, scacciano il governo e destituiscono la potestà.
Melfi insorge il giorno 12 dove si dà fuoco agli archivi, si spalancano le porte della prigione, si eleggono nuovi dirigenti del municipio. Tre giorni dopo l’insurrezione Donatelli entra a Melfi da trionfatore. Ma durerà poco. Reparti della Guardia Nazionale e dell’esercito piemontese sono già in marcia diretti a Melfi, cuore dell’insurrezione. La resistenza dei contadini è dura e tenace ma ben presto i soldati sabaudi meglio equipaggiati e numericamente superiori hanno la meglio e mettono fine alla rivolta. La battaglia è persa ma la guerra e ancora tutta da decidere.
Nel settembre del 1861 quasi tutti i paesi sono ormai tornati saldamente nelle mani dell’esercito e dei proprietari agrari mentre la bandiera dei contadini continua a sventolare nei boschi e nei monti.
La leggenda narra che nel seicento, su una nave partita dalla Spagna, si erano imbarcati tre nobili cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso costretti a fuggire dalla loro terra per avere lavato nel sangue l’onore di una sorella sedotta e, sbarcati sull’sola di Favignana, fondano rispettivamente la Mafia, la Camorra e la ‘Ndrangheta. Un racconto molto suggestivo senza dubbio ma che non supera la qualità di leggenda.
Agli inizi dell’ottocento si ha notizia nella città di Palermo di una setta segreta denominata "Beati Paoli" dal forte richiamo cristiano e messianico che si proponeva di lottare contro gli abusi dei forti sui deboli e dispensava una giustizia riparatrice dei torti subiti ricorrendo anche all’azione violenta. Nello stesso periodo, sempre in Sicilia, si parla anche di "maffia" e cioè di arroganti mercenari assoldati dai proprietari terrieri per intimidire i contadini e dissuaderli dalle loro legittime rivendicazioni salariali e lavorative. Eppure i primi documenti che attestano 1’esistenza di bande organizzate nel meridione sono tutti posteriori al 1861 e si riferiscono a procedimenti penali per il reato di associazione a delinquere. Ciò significa che il 1861 segna un punto di inflessione che non può sfuggire all’osservatore attento.
Nel 1860 prende inizio il processo di unificazione nazionale sotto la forte spinta delle società massoniche e carbonare che si concluderà solo nel 1870. Il 1861 è invece 1’anno in cui Giuseppe Garibaldi consegna le regioni del sud liberate dal dominio Borbonico alla monarchia Piemontese. Contemporaneamente in tutto il meridione divampa la guerra contadina per bande (1861-63) definita dalla storiografia ufficiale come esclusivo fenomeno di brigantaggio che si concluse con 7.000 morti in combattimento, oltre 2.000 fucilati dall’esercito sabaudo e 20.000 prigionieri condannati ai lavori forzati e al confino. Un tributo di sangue molto alto per una terra martoriata da secolari dispute sulla proprietà e la produttività fondiaria; una terra avara e improvvida che concede poco a fronte di enormi sacrifici. I contadini analfabeti e abbruttiti del sud lottarono contro uno stato nazionale unitario, contro una borghesia che si stava unificando dalle Alpi alla Sicilia, contro una sorgente burocrazia e un esercito nazionale. Erano le tasse sul macinato insieme all’uso delle terre demaniali, quell'ager publicus foriero di continue rivolte sin dai tempi dell’antica Roma che
esasperavano i contadini.
Nell'immagine popolare il brigantaggio era da sempre considerato come la milizia proletaria di difesa degli interessi delle masse contadine delle quali ne era la protettrice e vendicatrice. A tale milizia con le sue sofferenze, le sue glorie, i suoi eroismi le masse contadine davano aiuti morali e materiali sentendole come espressione organica di loro stesse. Durante le lunghe campagne che le bande condurranno nei monti, nei boschi, nelle masserie o nelle cittadine agricole, troveranno sempre, insieme ad accoglienze festose e ad aiuti di ogni genere, possibilità di basi, di rifornimenti e di arruolamenti. Le popolazioni del sud Italia avevano un forte legame con l’immagine fantastica o con il confuso ricordo di quel cristianesimo primitivo che chiamava a raduno tutti gli afflitti e i sofferenti che aspettavano la redenzione dalle miserie di un mondo profondamente iniquo e ingiusto. Molti briganti erano ex soldati del disciolto esercito borbonico o ex carcerati. Anche questi sono contadini che, per indole ribelle o per carattere fermo e temperamento audace, non avevano curvato la schiena alle ingiustizie della società feudale e si erano posti in rottura con la legge dell’obbedienza, molto spesso con reati di sangue o contro la proprietà. Fu così che alcune migliaia di persone tra galeotti evasi, ex graduati e soldati borbonici, miserabili montanari e contadini poveri formarono le prime bande armate.
I contadini insorti erano guidati dalla voglia di spezzare l’oppressione dei latifondisti, riprendersi i terreni, uccidere i possidenti, saccheggiare e incendiare i loro palazzi, bruciare le maledette carte della proprietà e della giustizia nemica. Fonte principale di finanziamento era il ricatto contro i ricchi proprietari attraverso il sequestro di persona e 1’intimidazione verbale: se i minacciati non cedevano si avevano distruzioni di beni, incendi di fattorie e di raccolti, uccisione di bestiame, ecc.
Le bande armate perseguivano i loro particolari obbiettivi e interessi di classe. Dopo la definitiva sconfitta i briganti tornarono sui monti carichi di un odio profondo contro lo stato unitario e i suoi pilastri. Numerosissime bande formate ciascuna da varie decine di uomini che si ingrossavano sino a varie centinaia nei momenti più propizi per divenire nuclei di pochi uomini durante i rastrellamenti agiranno ognuna per proprio conto nelle proprie zone di insediamento.
Come non riconoscere nell’attualità i segni indelebili della ribellione contadina da cui abbiamo ereditato quell’antica insofferenza alla disciplina e all’ubbidienza, la reticenza verso uno stato di cui molti abbiamo conosciuto solo l’aspetto repressive e tributario fatto di polizia, prigioni e tasse? In effetti molte delle moderne associazioni che il potere qualifica come mafiose non sono altro che la discendenza di quelle bande di contadini che si rifugiarono nell’illegalità per continuare a sopravvivere alla violenza dello stato unitario e centralizzato.
Per una odiosa mistificazione lo sviluppo storico del brigantaggio e stato oggetto di una strana metonimia; oggi qualsiasi forma di delinquenza organizzata viene indicata con il nome di mafia. Se proprio si vuole trovare una denominazione si dovrebbe invece parlare di "malavita" intesa come scelta consapevole e cosciente di uno stile di vita che si colloca non solo fuori dalla legge ma contro la legge dello stato e che esprime una composita ideologia fondata sul valore e sui meriti personali. Il malandrino non disprezza i vizi e i piaceri della vita anzi, le sue azioni sono tutte orientate verso il raggiungimento del massimo piacere e del soddisfacimento dei propri desideri ma, al contrario di quanto afferma la propaganda di regime, la condotta del malandrino non è presieduta da anomia, bensì è vincolata ad un articolato codice etico che si mostra inflessibile nel ripudiare comportamenti quali la viltà, gli abusi contro i deboli, l’usura, il prossenetismo, la violenza sessuale per citarne alcuni. Chi sceglie di vivere nell’illegalità sa che non deve farsi trovare impreparato quando giunge 1’ora di sfuggire alla cattura della polizia e sa farsi la galera dignitosamente quando viene braccato dalle forze repressive dello stato.
La malavita del sud è portatrice di una cultura millenaria che deriva dalle influenze ereditate dalle distinte dominazioni che la hanno attraversato. Per esempio il termine "Camorra" deriva dalla lingua spagnola e sta ad indicare un raduno di gente rumorosa e vivace. Anche l’origine etimologica del vocabolo "‘Ndrangheta" pare faccia riferimento al greco andrangatia il cui significato allude alle virtù virili, al coraggio, alla rettitudine ovvero gli stessi valori che animavano 1’oplita greco a cercare nella guerra come nella morte onore e gloria. Lo stesso concetto è riflesso nella cultura spagnola. "El hombre valiente" (l’uomo coraggioso), quello che "tiene huevos" (ha le palle) e le qualità personali ad esso connesse erano spesso 1’unica discriminante per promuovere gli uomini nella scala sociale della società feudale spagnola e che oggi sopravvive nell’ideale della delinquenza. All’immagine del delinquente spagnolo che si presenta come predatore "Bravo" (secondo il significato che assume il vocabolo nell’idioma spagnolo e cioè come sinonimo di coraggioso) ma solitario e individualista si oppone quella del malavitoso dell’Italia del sud che cerca nella associazione con altri suoi simili il potenziamento delle proprie capacita operative.
In tutta 1’area del mediterraneo 1’autonomia delle poleis, l’eleutherìa (libertà) del demos (popolo) insieme alle qualità dell’uomo coraggioso, retto e meritevole di rispetto e di pubblica considerazione, hanno determinato i caratteri identitari e riconoscibili della nostra cultura. La cultura ellenica prima e quella spagnola poi hanno assicurato un continuum storico a quei princìpi e valori di antica genealogia e in particolare ad un sentimento di giustizia e di ordine sociale che i poteri legali non sono mai stati in grado di assicurare.
Il modello organizzativo deriva direttamente da quelle società segrete mazziniano-garibaldine che fiorirono nella prima metà dell’ottocento e che consentivano da un lato una migliore difesa grazie all’invisibilità rispetto al potere ufficiale e alla repressione poliziesca e giudiziaria e dall’altro una più efficace capacita operativa basata sull’imprevedibilità e sull’effetto sorpresa.
Cosi come la storia ci ha abituato, sappiamo che per sconfiggere un fenomeno culturale quale è quello delinquenziale tipico italiano esistono fondamentalmente due metodi: o il genocidio culturale o l’avvento di una nuova cultura eticamente ed ideologicamente più forte della precedente in grado di sostituirla. Ma la società post-moderna non ha nessun modello culturale forte da proporre. Ciò che predica e incoraggia è il mercantilismo dei corpi e delle coscienze, la vigliaccheria, il tradimento, l’inganno, il sopruso e la prepotenza.
La cultura delle bande di malandrini di derivazione contadina è invece una cultura arcaica agropastorale fortemente radicata nella storia, ancora legata alla terra, ai suoi ritmi e ai suoi cicli, ai suoi culti e ai suoi riti primitivi, al senso originario di comunità, all’affidabilità dei vincoli familiari, all’onore, alla lealtà, all’amicizia e all’omertà come scudo protettivo dalle minacce esterne.
Un rapporto recente della Commissione parlamentare Antimafia sottolinea la presunta pericolosità della ‘Ndrangheta individuandola nella peculiare struttura organizzativa capace di combinare retaggi tribali con la modernità. "Una mafia liquida, che si infiltra dappertutto, riproducendo, in luoghi lontanissimi da quelli in cui è nata, il medesimo antico, elementare ed efficace modello organizzativo alla maniera di Al Qaida con una analoga struttura tentacolare priva di una direzione strategica ma caratterizzata da una sorta di intelligenza organica...". Aldilà della retorica appare chiaro il proposito di criminalizzazione che ricerca nell’identità regionalista e nella solidarietà primordiale che lega i membri di una comunità colpita dalla diaspora della povertà una proditoria trama internazionale con finalità criminali e incluso eversive.
II 22 ottobre Crocco incontra don José Borjes, lealista catalano, distintosi in Spagna nella guerra partigiana antinapoleonica che decide di unirsi alla banda. Ma la loro insopprimibile diversità è motivo di attriti fra i due. Don José persegue la restaurazione della monarchia borbonica. Vuole convertire le milizie contadine in un esercito regolare disciplinato e gerarchizzato.
– Solo cosi potremo vincere la guerra – diceva.
Crocco sapeva invece che l’unica lotta possibile per i suoi contadini era la guerra per bande in aperta campagna dove le distanze, la mobilità delle bande e l’ostilità delle popolazioni verso i piemontesi li rendeva pressoché invulnerabili. La sua forza era data dal terreno conosciuto, scelto preventivamente. Dal fattore sorpresa, dal rifiutare il combattimento in caso di inferiorità, dalla rapidità degli spostamenti e dall’appassionata solidarietà di tutto il suo mondo contadino.
Il 3 novembre 1861 le bande di Crocco e dei suoi luogotenenti Coppa, Caruso, Tortora e Ninco Nanco riprendono l’offensiva, Scendono su Trivigno dopo due ore di combattimento. I palazzi del paese vengono rapinati e incendiati, l’aristocrazia, presa prigioniera, viene sottoposta a riscatto e i ricchi in parte fuggono, in parte si nascondono mentre altri vengono uccisi. Il giorno dopo è la volta di Calciano dove vengono saccheggiate le case dei proprietari terrieri; il 6 occupano Garaguso; il 7 combattono a Salandra contro un centinaio di uomini della Guardia Nazionale e un distaccamento di piemontesi. Il combattimento viene deciso a favore dei contadini anche perché la plebe del paese insorge affiancandosi ai briganti che occupano la località uccidendo alcuni ricchi e saccheggiando i palazzi. Il 10 novembre, sulle rive del Sauro si verifica un duro scontro alla taverna di Acinello dove l’esercito contadino brigantesco formato da 400 uomini combatte contro mezzo battaglione dell’esercito e contro unità di guardie mobili; mediante una manovra avvolgente la cavalleria dei briganti sorprende l’esercito regolare e lo batte. Rimangono sul terreno della battaglia 50 piemontesi morti e 5 vengono fatti prigionieri.
I contadini di Stigliano, il giorno seguente, accolgono l’esercito dei banditi con processioni e acclamazioni di popolo e forniscono altre 300 reclute all’esercito di Crocco che raggiunge ormai un migliaio di combattenti.
I rinforzi dell’esercito stanno però confluendo sul centro della Basilicata e in pochi giorni 1.200 soldati si trovano già sulle orme delle bande del Crocco che si dirigono verso Cirigliano. Il 14 i briganti occupano Grassano, poi S. Chirico e il 16 Vaglio, da dove, in vista di Potenza, attendono che la loro capitale insorga così come era state concertato. Ma non ci sarà nessuna insurrezione; il complotto verrà scoperto e represso obbligando Crocco a ripiegare sul vecchio centro di partenza, Lagopesole, con soli 350 uomini.
II 19 tenta l’attacco ad Avigliano con tutte le forze che gli sono rimaste. Avigliano resiste e Crocco si ritira nella notte mentre nel suo esercito avvengono numerose defezioni. In queste condizioni non si ha più la speranza di vincere ma Donatelli non si arrende, o libertà o morte. Inseguito dall’esercito e dalla Guardia Nazionale attacca Pescopagano dove i maggiorenti resistono nel castello mentre nove palazzi bruciano nel paese. L’esercito, che bracca Crocco, lo impegna in duri scontri nelle vie del paese e la Guardia Nazionale, che esce dal castello rinvigorita dall’azione di contenimento dei sabaudi disperde l’intera banda mentre Crocco e i sopravvissuti si ritirano nel boschi di Monticchio.
Ormai è finita. Nel dicembre del 1861 la guerra sociale cesserà di essere una guerra di massa: quasi nessun paese verrà più liberato e i contadini coraggiosi saranno costretti a combattere nelle campagne e sui monti e la lotta diverrà una guerra contadina per bande di semplice difensiva e di resistenza. Si ridussero in piccolo bande che, pur separate, coprivano con le loro azioni tutti i monti, i boschi e le zone dell’intero meridione.
Non potendo sradicare la guerriglia che risorgeva ad ogni casolare lo stato unitario attuò la tattica della terra bruciata; l’occupazione militare del territorio e il terrore riuscirono a pacificare il meridione ma non a sconfiggere il brigantaggio che in forma e modalità diverse è riuscito a sopravvivere.
Anno Domini 2008: si continua a resistere.
Un cambio di paradigma si registra con il traffico di stupefacenti, una autentica rivoluzione copernicana. Il malandrino smette i panni del bandito e indossa quelli del commerciante. E il commerciante, si sa, non guarda in faccia a nessuno ma persegue esclusivamente la realizzazione del proprio guadagno immediato. In questo è del tutto simile all’imprenditore che invece i suoi lucrosi affari li fa nel circuito legale. Bisogna dire che la scomparsa di alternative economico-politico-sociali all’attuale stato di cose rende 1’egemonia della classe borghese assoluta la quale si presenta come unico punto di riferimento e di modello da imitare ed eguagliare. La droga è la merce per eccellenza che ogni industriale vorrebbe produrre e ogni commerciante vendere. A determinare il prezzo di vendita interviene lo stato che agisce direttamente sul mercato dell’offerta aumentando o diminuendo il flusso della merce mediante le operazioni di sequestro dei carichi in ingresso dai paesi produttori. É un impulso irrefrenabile quello dello stato che lo spinge a mettere le mani su tutto ciò che produce denaro come accadde con il gioco d’azzardo, un’attività tradizionalmente gestita dalla "malavita" (videopoker, totoscommesse, ecc.) ma rapidamente assorbito dal monopolio dello stato.
Altro parametro che incide fortemente sul prezzo di vendita e il grado di punibilità penale del consumo e della vendita al minuto che ogni stato adotta. Castigare il consumo di droga non è solo una questione di opportunità politica ma è anche il modo più efficace di intervenire sui margini di guadagno che aumentano all’aumentare della repressione. Come aneddoto valga l’imbarazzante episodio che si verificò nel 1997 in una località dell’alicantino, in Spagna. Una caserma della Guardia Civil fu oggetto di uno spettacolare assalto compiuto da una banda di esperti "butroneros" (banda del buco) spagnoli che pretendevano recuperare una importante partita di cocaina di cui la polizia si era appropriata "indebitamente" in una operazione di sequestro compiuta alcuni mesi prima. Quale fu la sorpresa quando all’interno del deposito in cui doveva essere custodita la droga secondo gli atti verbalizzati dall’autorità giudiziaria gli audaci assalitori vi trovarono invece una vecchia autovettura. La misteriosa scomparsa mise in imbarazzo le autorità che immediatamente insabbiarono la vicenda adoperandosi per sottacere lo scandalo imponendo su di esso un silenzio tombale. Naturalmente nessun membro delle forze dell’ordine fu inquisito o condannato per questi fatti. Ecco un chiaro esempio di come la polizia interviene direttamente nel traffico di droga.
A nessuno sfugge che tale attività innesca un processo di accumulazione di ingenti capitali che attirano 1’interesse di faccendieri, banche, imprese. In realtà non sono le organizzazioni cosiddette criminali che si infiltrano nell’economia legale ma, viceversa, è 1’economia legale che è attratta dalle enormi possibilità di investimento che risorse finanziarie del genere offrono.
La rapida e vertiginosa accumulazione capitalistica ha messo i gruppi malavitosi nella condizione di superare la sfera del proprio benessere e di proporsi nel ruolo di mediatori dei rapporti politici, economici e sociali nella comunità di appartenenza promuovendo una sorta di ridistribuzione della ricchezza. Il consenso di cui godono non è dato dalla paura ma dal rispetto e dal riconoscimento del ruolo che svolgono nella crescita del benessere dell’intera collettività. Tale situazione mette in evidenza le incapacità e le insufficienze dello stato la cui presenza in certe zone è del tutto nominale, di mera facciata. Il rischio, per lo stato, di essere delegittimato e sostituito da un modello sociale, economico, politico e culturale autonomo, che funziona e soddisfa i bisogni collettivi lo ha messo nella condizione di dover recuperare la sovranità invocando come sempre il monopolio della violenza.
Tra gli anni ‘80/‘90 lo stato lancia la grande offensiva per riconquistare la legittimità istituzionale penetrando militarmente nei territori del sud Italia, operando continui blitz e retate, imbastendo abominevoli maxi-processi e distribuendo lunghi anni di carcere ed ergastoli come se fossero caramelle.
Un pool di agguerriti magistrati elaborò una strategia di contrasto poliedrica applicata in fasi simultanee basata fondamentalmente sull’inasprimento delle pene per il reato di associazione di stampo mafioso, l’ostatività del reato che preclude 1’accesso ai benefici penitenziari previsti dalla legge Gozzini, un uso indiscriminate e colpevole dei collaboratori di giustizia e l’abbozzo di un carcere duro per piegare le volontà e rompere le resistenze degli uomini.
Come conseguenza della discontinuità provocata dalla rottura del sodalizio tra stato e mafia storica alcuni gruppi siciliani risposero colpo su colpo alla guerra proposta dallo stato replicandone metodi e strumenti. Ma i "Corleonesi" o chi per essi non erano un partito politico combattente o un’organizzazione rivoluzionaria che attraverso la guerra crea coscienze e quindi consenso. La guerra era gia persa ancor prima che cominciasse.
É in questo contesto che si afferma la figura del giudice-romanziere. Il suo compito consiste nello scrivere sentenze verosimili, convincenti ma assolutamente manchevoli di prove o anche solo di squallidi indizi che possano in qualche modo suffragare l’accusa. Combinando le dichiarazioni di qualche infame pentito preventivamente istruito dalle procure con una massiccia dose di fantasia letteraria si sono confezionate condanne che hanno consegnato alle patrie galere migliaia di meridionali.
Ed è sempre in questo contesto che nasce il 41bis, il regime carcerario inumano voluto da Giovanni Falcone che recepisce la raccapricciante dottrina: "i vecchi moriranno in carcere e i giovani vi invecchieranno". Ma ciò che accade in Italia e che a prima vista appare come il risultato di una situazione emergenziale in realtà adempie con una riforma ben più ampia della politica penitenziaria che investe numerosi paesi europei. In Spagna come in Italia, ad esempio, sulla base del modello tedesco si passa dalle prigioni di guerra – Herrera de la Mancha, Puerto S.Maria in Spagna e i cosiddetti "cinque parchi per i camosci" Cuneo, Fossombrone, Trani, Asinara e Palmi in Italia – al carcere dentro il carcere e cioè all’allestimento di sezioni particolari dentro il recinto di un qualsiasi carcere in cui si applica 1’annientamento individualizzato del prigioniero (41bis, FIES e i braccetti di isolamento francesi, tedeschi, inglesi, ecc.).
É molto importante cogliere il nesso di questo passaggio dalla prigione di guerra al carcere dentro il carcere perchè dà la misura della trasformazione teorica e pratica avvenuta nella dottrina penitenziaria che concepisce il trattamento della popolazione reclusa sulla base di categorie differenziali, operando la discriminazione secondo il grado di pericolosità soggettiva che ciascuno esprime e non più secondo l’entità reale delta condotta penalmente rilevante. Tale principio è fondamentale per la costruzione del nemico pubblico e per il processo di caccia e annientamento che ne segue.
Dagli anni ‘90 ad oggi le politiche securitarie diventano 1’occupazione principale di tutti i governi
indifferentemente dal colore politico. Intramontabile simulacro, sempre vagheggiato o rimpianto dagli italiani; la sicurezza. Mai avuta ma per incredibile inganno, ricordata e invocata.
In questa nostra società colpita da amnesia acuta si sproloquia su tutto pur di impedire una indagine storica seria che si interroghi sulle origini, sulle ragioni palesi e occulte dei fenomeni che si producono intorno a noi.
La fase successiva al revisionismo storico, alla costruzione ex novo di una falsa memoria comune e condivisa che mette d’accordo il comunista e il fascista, il borghese e il proletario, la vittima e il carnefice è quella dell’oblio, della perdita di memoria, del presente che nell’istante in cui si converte in passato viene automaticamente rimosso e dimenticato senza lasciar traccia di sé. Ed ogni giorno torneremo a ripetere le stesse cose come se fosse la prima volta.
Si addensa l’incubo pirandelliano di risvegliarsi senza ricordi in uno spazio senza tempo. Simulazione di una libertà che recide i legami con il passato, che non ha più storia perchè la storia non ha più niente da insegnarci.
Dimenticheremo le guerre imperialiste, i milioni di morti ammazzati, le armi di distruzione di massa; e torneremo a fare la guerra, la prima vera guerra giusta e faremo esplodere la bomba assoluta: per la prima volta.
Non avremo memoria di quello che fummo, popolo di santi, poeti e navigatori; popolo di emigranti che prendeva calci nel culo dovunque ci portasse la nostra disperazione. E alzeremo gli scudi contro l’invasione dei nuovi barbari che entrano clandestinamente nella nostra terra e pretendono sedersi al nostro tavolo; ed esorcizzeremo la loro umanità e schiacceremo i loro corpi e calpesteremo i loro diritti: per la prima volta.
Ma non per questo vi sentirete al sicuro.
Senza memoria rimarranno le lotte operaie e contadine che hanno incendiato l’Italia in questi primi 140 anni di unita nazionale; e il sangue versato dalla nostra classe rappreso e invendicato e le guerre civili, e i briganti, e le bande partigiane nascoste nei boschi e sui monti. Dimenticate saranno le rivolte carcerarie, i detenuti assisi sui tetti e i penitenziari devastati dalla furia di vite mutilate stanche di continuare a subire. E scenderemo di nuovo dai monti; e bruceremo di nuovo le prigioni: per la prima volta.
Fonti:
Renzo del Carria, Proletari senza rivoluzione.
On. Francesco Forgione, Relazione della Commissione parlamentare Antimafia 2007. La memoria imprigionata nelle patrie galere.
Michele Pontolillo



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