Dall'economia della catastrofe alla società del dono - Contributi e Spunti Critici
In occasione del primo dei sei incontri "Tra passato e futuro", organizzati in collaborazione tra El Paso, Nautilus e Porfido, sono usciti alcuni contributi.
I primi due li trovate a questo link, il terzo a quest'ulteriore link.
A seguire riportiamo il contributo di Sergio Ghirardi, in previsione del nuovo incontro che si terrà ad El Paso Occupato in occasione della nuova rassegna di incontri.
Alla larga dall’abisso e da quanti gli danzano intorno
Non vedo niente d’imbarazzante nel pensarla diversamente e nel dirlo spontaneamente. Non chiederò dunque alcun perdono per questo mio commento del volantino Eravamo sull’orlo dell’abisso; ora abbiamo fatto diversi passi avanti (vedi pagina 4) che mi sembra confessare tristemente il tragico destino paventato dal suo autore. A parte un mio breve scambio verbale con lui, uomo dai toni gentili e di poche ma sentite parole, nessuno, al momento della presentazione del mio libro a Torino, aveva fatto cenno a questi suoi appunti critici dal tono meno lapidario che angosciato.
Nel volantino, che risento, del resto, come intimamente sincero, ritrovo, qui e là, ma con un approccio effettivamente opposto al mio, qualche sensibilità comune e un’umanità dolorosa che rispetto e che riguarda sicuramente anche me, ma a cui non sono affatto rassegnato. Eccola, in una frase, quella volontà di vivere che se uno non la sente chi mai gliela può spiegare?
Per quel che mi riguarda nell’abisso non ci sono ancora caduto. E non dispero di non essere il solo.
La ragione prima del mio scritto è l’apertura e/o l’approfondimento di un dialogo tra sopravvissuti vogliosi di felicità. La critica che m’interessa è quella che mostra gli errori teorici e mi spinge al superamento critico, non quella che si esercita pesando esistenza o mancanza di una qualunque ortodossia. Che farmene della teoria se non è un utensile per cambiare il mondo in cui vivo? Io credo che la RIVOLUZIONE sarà la socializzazione cosciente di questa volontà di vivere o non sarà.
Sembrerebbe che si sia d’accordo sul flash fondatore della mia riflessione, l’installarsi cioè, di un’economia della catastrofe. Non credo, per contro, che si possa seriamente archiviare il mio testo nel polveroso scaffale degli utopismi situazionisti, marxisti o anarchici poiché, come nota giustamente l’autore del volantino - seppur con malcelato orrore, arrivando persino a invocare la protezione divina -, la mia riflessione prende là dove meglio crede quel che gli sembra utile per pensare in contemporanea con lo spettacolo e contro di lui.
A una lettura non pregiudiziale dovrebbe risaltare che mi muovo sul piano di una cartografia del possibile senza alcuna pretesa certezza.
Come per una scommessa che la mia voglia di vivere esplora per il piacere soggettivo (coincidente in questi tempi tragici con una necessità obiettiva) io dico la mia non su quel che si deve fare ma sul perché si fa e soprattutto non si fa e sul come si potrebbe, a mio avviso, agire se la voglia di fare soggettiva riuscisse a emergere dai ruoli che ci imprigionano. Ricordo poi che qualcuno, bene o male, ci prova. Qui il film finisce: si dia inizio al dibattito, se si vuole, ma non certo per rivenire sempre ai cliché bolsi di un rivoluzionarismo da pugili suonati.
Criticando la separazione filosofica (vedi Lettera, cap. 6), il programmatismo e lo spontaneismo, mi sono posto il problema del passaggio all’atto individuale e collettivo rinviando (con Reich) alla funzione dell’orgasmo come radice del tema dell’autocostruzione individuale e collettiva. All’esplorazione della prassi a venire, il compito di inventare nuovi spunti per la teoria. Per ora l’autocostruzione si presenta come un tentativo concreto della punta più cosciente del nuovo proletariato assoluto di organizzarsi nella critica della vita quotidiana secondo gli schemi rinnovati di un mutuo soccorso qualitativo. Esso riprende spontaneamente nell’ambito della società spettacolare integrata, la tendenza del sindacalismo rivoluzionario primitivo ad auto-organizzare lotte e diserzioni di quanti sono obbligati a vendere la loro forza-lavoro in un mondo in cui la carestia di posti di lavoro è diventata l’alter-ego dell’obbligo di lavorare per sopravvivere consumando, mentre si osa chiamare vita questa schifosa messa in scena.
Nei ranghi di masse spettatrici della loro vita assente, impiegati e disoccupati formano insieme, divisi solo dal sottile, eppur decisivo, velo di Maya dei ruoli e dei salari, l’esercito produttivo del capitalismo nella sua fase terminale.
Gli autocostruttori tendono a costituire un’autonomia nella vita quotidiana, sottraendo al condizionamento zone in cui esso tende a dissolversi. E’ un conflitto che si combatte piuttosto disertando che arruolandosi a destra o a sinistra.
Per non dare una connotazione ideologica alla loro inversione di tendenza, molti aderenti al rovesciamento di prospettiva che attraversa il movimento per la decrescita economica (altro segno di una crescente opposizione al produttivismo generalizzato) hanno scelto - in Francia, dove autocostruzione e decrescita si mescolano spesso, nel bene e nel male - di chiamarsi objecteurs de croissance (obiettori di crescita, che nella versione francese ha una ben più espressiva assonanza con objecteurs de conscience: obiettori di coscienza).
Diserzione e autocostruzione sono un unico progetto i cui archetipi moderni risalgono alla ricchissima esperienza delle comuni catalane e aragonesi del 1936-37.
Come la Comune di Parigi sessantacinque anni prima, quei commoventi episodi di un comunismo libertario di guerra (autonomi e differenziati, ma collegati in una federazione di milioni di individui appassionatamente coinvolti in quell’avventura sociale) sono stati strangolati e soffocati nel sangue dalla logica appestata della guerra civile che ha costituito il limite della loro possibile realizzazione.
Di fronte al mio approccio dell’autocostruzione, fondato su una profonda rivoluzione delle strutture sociali dell’affettività, mi sarei aspettato delle urla scandalizzate su diversi punti: sul tema, per esempio, del superamento capitalistico della lotta di classe; questione che invita, se congiunta con la coscienza di vivere in una società spettacolare, a superare tutti gli utopismi recuperatori, marxismo e situazionismo compresi. Sarebbe interessante, del resto, che la critica si appuntasse sul discorso effettivamente fatto e non su ragionamenti caricaturali.
Non trovo opportuno riprendere di nuovo qui, argomentando nello specifico, quello che nella Lettera ho già scritto sul dono e sulla soggettività. Prendere le distanze da questi o altri concetti presuppone però, per chi li contesta, di entrare nel merito, non certo di lanciare un veto mondano sulle parole senza dirne nulla e dando per scontato quel che non lo è affatto. Che poi la pelle si accapponi, qualunque ne sia il motivo, è già un timido segno di vitalità, pur se non volontaria, che fa ben sperare.
Quel che nel volantino in questione si paventa come un’ utopia ingiustamente disprezzata è in realtà un rischio di utopismo che io stesso denuncio, distinguendo appunto tra i due termini (e non solo fra quelli) la parte di lucida passione dalla parte di ideologia (vedi Lettera, pag. 58). Si tratta di un rischio da evitare quanto quello di giocare ai teologi di una rivoluzione mitizzata e perennemente mancata. Il rischio più grave è però un altro: quello di non riuscire nel colpo di mondo che si prepara con o senza di noi, per il meglio o per il peggio.
Effettivamente non esiste certezza. Tutti i programmi rivoluzionari si sono dimostrati delle omelie per credenti. Ciononostante il ‘68 c’è stato: imprevisto e ben visibile nel grembo ogni tanto fecondo della storia. E’ durato poco; abbastanza però da zittire per un buon momento preti, capitalisti, burocrati e aspiranti tali che hanno ripreso solo dopo qualche anno il loro cacofonico e fobico latrare produttivistico.
Le dinamiche sociali e umane possono essere inventate soltanto dagli uomini reali, dai soggetti in atto, dai loro corpi agenti in funzione della coscienza distillata da una volontà di vivere che ogni corpo esprime finché non è morto.
Capisco che chi confessa o paventa di essere caduto nell’abisso auspichi di non dilungarsi sulla descrizione del negativo. Capisco meno, se non come sintomo di una ipnosi da angoscia, che poi, tra una sconfessione e l’altra di tesi grossolanamente fraintese, non ci si stanchi in realtà di ripetere, come una litania lamentosa, la lista non esaustiva dei mali del mondo (che nessuno, tranne le orde di servitori volontari, confuta) senza opporvi la minima dinamica di opposizione attiva.
Forse perché sentendosi caduti nell’abisso ci si sente sopravvissuti soltanto alle proprie speranze di rivoluzione, quest’ultima diventa un mito astratto che abita in filigrana, come un souvenir da turisti, il sentimento d’impotenza che domina il mondo. Una magnifica foto davanti alla vetrina appena spaccata di una banca, oltre che una prova a carico utilissima alla repressione, non è che una variazione politicizzata delle cosiddette vacanze intelligenti. Un’autonomia che si riduce a fare le scorte per i tempi terribili che ormai tutti annunciano in coro rende questi tempi ineluttabili. Io mi batto per un’autonomia che li eviti. I tempi attuali bastano e avanzano per soddisfare tutti gli incubi e le sofferenze.
Per i sopravvissuti non ancora precipitati nel baratro c’è di meglio e di più urgente da fare che contare e denunciare con toni aristocratici la mandria di zombi veri o presunti che ripopolerebbe l’abisso. Bisognerà pure partire dalla condivisione di quel che è per noi il negativo, in modo positivo, però, incamminandosi altrove, se si vuole darsi una chance di reinventare il mondo-pianeta e non accontentarsi di costruire capri espiatori alla propria impotenza a vivere.
Non fatemi passare per un’anima bella, un ottimista. Non lo sono. Non credo che nessuno abbia la bacchetta magica per umanizzare il mondo, ma non mi sembra insensato agire e pensare in modo che tra il dire e il fare non ci sia in linea di mira ossessivamente il baratro dell’abisso.
Principio di precauzione e atteggiamento costruttivista sono un modo concreto di interpretare attivamente la rivoluzione da farsi. Auspico che se ne discuta con criteri materialistici e non dal cielo di un’ideologia materialista malinconicamente senza corpo e senza volontà quanto l’ultimo degli idealismi.
Vi risparmierò la citazione dell’undicesima glossa a Feuerbach, ma ne ho piene le tasche di quanti, dopo aver inventato il vaneighemismo, lo caricano delle loro impotenze per poi continuare lo sterile panegirico delle loro patetiche ovvietà ultraradicali. Non c’è bisogno di leggere tutto Marx o i situazionisti per capire che i tempi sono rischiosi e che potrà finire male. La qualità di queste letture merita una coscienza meno miserabile. C’è bisogno di avere voglia di vivere per provare a muoversi in anticipo e altrimenti dalla catastrofe che avanza.
L’umanità possiede un sogno di cui deve solo possedere la coscienza perché diventi realtà? Ebbene, più che lamentarsi perché il sogno si allontana o inginocchiarsi davanti a questa poetica declamazione, sarebbe auspicabile provare a praticarla insieme in un numero sufficiente, moltiplicando gli atti poetici di critica della vita quotidiana.
Poesia del rifiuto, sciopero generalizzato e modulato nei vari comparti della vita quotidiana, dal lavoro salariato al matrimonio, tanto per cominciare, esplorando un’autocostruzione che svaria dagli affetti all’habitat, dalla decrescita economica alla società del dono, ancora tutta da inventare, certo, ma già ben presente nel funzionamento del vivente. Altro che Arcadia! Queste semplici indicazioni di tendenza, oltre che nelle contraddizioni vissute della mia vita reale, sono al cuore della Lettera al fine di attirare la critica di ciascuno verso il sentiero del superamento anziché verso l’autostrada inquinante del vergognarsi dei propri limiti, debolezze e incoerenze, correndo dietro alle parole. Ho conosciuto e frequento individui che ci provano, diversamente e semplicemente, senza garanzie di riuscita né programma garantito dal guru di turno, perché questo è il solo modo di restare vivi e di divertirsi a esistere anche tra rovine e catastrofi annunciate.
Siamo troppo pochi? Non sarà certo il catastrofismo dei disperati ad aumentare il numero degli “obiettori di crescita” e degli autocostruttori, se non troppo tardi, quando in gioco non ci sarà più la vita e i suoi innegabili piaceri ma i miseri resti di una sopravvivenza già adesso noiosa e aleatoria.
I raccoglitori-cacciatori nomadi che, in un lontanissimo passato, hanno attraversato continenti smisurati, in piccoli gruppi, a piedi, senza meta e senza mezzi, ma soprattutto (beati loro) privi di qualunque programma politico rivoluzionario, erano anch’essi, puntualmente, dei sopravvissuti. Hanno saputo abitare un mondo inventandolo e ne hanno praticato le derive imprevedibili, ricche e complesse che sono arrivate fino a noi, a questo mondo in rovina, a questa umanità alla deriva. Mica è colpa loro se siamo alla frutta inquinata e tossica del capitalismo! E nemmeno di quanti osano scommettere sul suo superamento ancora possibile, fosse pure improbabile. Che i morti seppelliscano i loro morti e se li adorino pure se vogliono. Noi proviamo a occuparci dei vivi.
Il capitalismo è un modo di produzione materializzatosi fin nel carattere dell’uomo reale; non lo si esorcizza officiando messe senza fine per la rivoluzione. La capitalizzazione dell’uomo è individuale, l’antropomorfosi del capitale è collettiva. Ogni singolo atto di resistenza può contribuire, federandosi solidalmente, a ricostituire il tessuto lacerato di una società umana non alienata.
La sola dinamica sociale che possa innescare il processo di emancipazione dal totalitarismo economico passa per l’opera di decondizionamento in grado di produrre una società di individui senza pregiudizi (diciamo il meno possibile). Ognuno è, individualmente e collettivamente, il solo responsabile delle proprie scelte.
Su questo si può discutere: sul come attaccare concretamente la situazione dall’intimo al sociale, dal locale al planetario. Lo ripeto: si tratta di creare situazioni in cui il condizionamento tenda a zero. Incluso il condizionamento lamentoso delle ideologie rivoluzionarie che irridono il minimo cenno di movimento reale e le sue contraddizioni inevitabili, anziché indicarne concretamente i superamenti auspicabili. L’ipotesi consigliare è evidentemente discutibile. Discutiamone.
Ho cercato di spiegare nella Lettera perché, secondo me, le condizioni della rivoluzione sociale sono oggi completamente diverse da ogni situazione del passato. Non mi sorprende che i militanti dogmatici delle rivoluzioni fallite esorcizzino il mio ragionamento come un discorso da hippy pacifista al tramonto o come tradimento e abbandono delle istanze rivoluzionarie. Negare affermando altro, vale a dire tendere a superare, nel linguaggio bloccato della morale militante significa sempre rinnegare.
“Ma mi faccia il piacere!”, direbbe legittimamente Totò.
Il totalitarismo economicista non è più in grado di gestire una società di esseri umani. L’economia ha definitivamente divorziato dall’umano, perciò la guerra civile diventa la condizione necessaria alla gestione finale della sua criminale aggressione alla vita e alla natura. Chi pensa ossessivamente l’apocalisse accetta in realtà la tesi del sistema spettacolare che banalizza e generalizza lo stato di eccezione come la condizione normale della società. In realtà, le guerre sono sempre incivili, solo la rivoluzione sociale è civile.
L’umanizzazione del mondo non passa per la guerra civile e soltanto anticipando i tempi del nostro mollare gli ormeggi, questo assurdo conflitto tra proletarizzati sarà forse evitabile. Non c’è tempo da perdere, bisogna incamminarsi senza indugi verso un’autonomia crescente, ma non si prepara certo la partenza profetizzando l’ineluttabile approssimarsi della catastrofe. Il solo interesse di una denuncia della catastrofe imminente sta nell’adoperarsi per eluderla.
E’ purtroppo più facile e redditizio, nell’economia dei ruoli e della miserabile consolazione che essi concedono, accennare alla totalità astratta del mito e alla macabra, rassicurante e ottusa opposizione fisica con un nemico totemico descritto come un esercito con cui confrontarsi militarmente, nell’astrattezza virtuale dei discorsi vuoti di gioia, di soffio e di sperma.
Gioia soggettiva in un simile orrore individuale e collettivo? Ecco denunciato l’orribile peccato di presunzione vaneighemista! Vergogna e scandalo, delitto e castigo! Compagni avanti il gran partito...
Per cadere nell’abisso, rischio che il mio testo non si stanca di segnalare nell’attraversamento delle terre incognite di un altro mondo possibile, non abbiamo bisogno di aiuto. Quando si muore, in ogni caso, si muore soli.
Vale per il riflesso di morte quel che vale per l’istinto di vita: certamente se ne può parlare a non finire, ma entrambe le tendenze hanno buone ragioni di esistere. Il coacervo variabile del contesto sociale, caratteriale ed emozionale di ciascuno e di tutti fa sì che uno di questi due impulsi si manifesti puntualmente, tra vissuto e non vissuto, come dominante. Dal momento che la morte è indubbiamente quotata in borsa meglio della vita, la risposta cosciente del nostro io alle sensazioni che ci attraversano e condizionano il nostro carattere è un elemento fondamentale della teoria che si verifica nel fare, per quanto contraddittorio, ancor più che nel dire, per quanto coerente. É in questo calderone emozionale che risorgerà o si bloccherà definitivamente, nel suo arrancante divenire, l’essere sociale dell’uomo con la sua volontà di vivere.
Credo che la Lettera aperta ai sopravvissuti, se letta al diritto e non solo al rovescio, non sia affatto insensibile ai dubbi e alle paure onestamente espresse, non so quanto consapevolmente, dal volantino che sto commentando come pre-testo per invitare appunto alla lettura del mio libro. Sono anzi convinto che, nel suo tentativo caparbio di sottrarsi all’ideologia, la Lettera dia un inizio di risposta a molte delle questioni che essa stessa attizza; e che abbia un respiro più ampio di queste mie note leggermente deluse dal punto rotta che sono costretto a fissare alla retroguardia di un movimento sociale ancora balbuziente, pur se piacevole da esplorare e sviluppare, in un mondo che di piacevole offre visibilmente ben poco.
Nella Lettera ho provato a denunciare l’atteggiamento caratteriale fobico che va diffondendosi e le macabre ideologie religiose di ogni genere (dalle vecchie religioni ai nuovi misticismi) che inevitabilmente esso incoraggia. Accenno anche, modestamente, a qualche possibile rimedio pratico alle nostre (f)-rigidità patologiche, ma non affermo certo nessuna verità teorica astratta a cui aderire.
Nella sua versione radicale, l’autocostruzione è un comportamento concreto di centinaia di migliaia d’individui - ancora pochi dunque, ma diffusi spontaneamente come la gramigna - che si staccano dalla macchina produttivistica capitalista e provano nei modi più svariati a costruire situazioni di autonomia non in vista di un’orribile guerra civile ma di un costruttivismo alternativo. La pratica delle cosiddette “giornate cinesi” è un aiuto reciproco tra autocostruttori federati per rendere concretamente possibili e conviviali i progetti prefigurati da ognuno: coloro che vengono oggi a sostenermi e aiutarmi nella mia autocostruzione sanno di potere contare sul mio aiuto, domani, per la loro. Si comincia a inventare un mondo solidale in opposizione a quello insopportabile che ci domina.
Una reale autocostruzione non tende a creare oasi statiche privilegiate ma dinamiche in movimento che investono e rivitalizzano delle zone incolte e abbandonate in un territorio sociale globalmente occupato dal nemico. Si tratta di una rioccupazione psicogeografica delle terre e dei cuori che l’economia rende sterili contro natura. E’ lampante che il PIL non si può mangiare e che la gratuità non ha prezzo.
Nella Lettera si affronta, senza ambiguità ma rapidamente, perché è un problema strategico e non teorico, il rapporto tra la violenza e il conflitto sociale che sta prendendo corpo. La violenza non sarà probabilmente evitabile, ma non è assolutamente parte strutturante del progetto di decondizionamento in questione. Reintroducendo con la paura e la morte il peggiore dei condizionamenti, la violenza fa oggettivamente il gioco del nemico. La nostra rivoluzione può prendere corpo solo quando si posano le armi, pur se difendersi è evidentemente un diritto inalienabile di ciascuno (vedi Lettera pag. 83).
Con l’amorevole disgusto di dame di S. Vincenzo di fronte ai barboni, qualche teologo rivoluzionario ha bollato ogni tendenza a costruire un’alternativa sociale con l’anatema di “democraticismo radicale”. Io l’assumo, invece, come una contraddizione dialettica inevitabile nella quale agire. Chi è in grado di proporre concretamente un miglior modo di superamento di questa situazione storica si faccia avanti con proposte concrete, non con quattromila pagine di teoria comunista. Basta coi bla-bla intransigenti e un “che fare?” inesistente. Basta col contemplativismo nichilista del perfetto rivoluzionario. Io non ho tempo e il pianeta nemmeno.
L’autocostruzione coagula ed esprime un primo manifestarsi della coscienza pratica di un proletariato assoluto che tende alla sua propria abolizione nel superamento del capitalismo. Data la sua forza ancora poco sviluppata e cosciente, non si può escludere che, nel caso di un ulteriore deteriorarsi di una realtà sociale pericolosamente confiscata dal totalitarismo dell’economia, le autocostruzioni in atto e a venire possano ridursi a logistica di una catastrofica sopravvivenza terminale in una guerra di tutti contro tutti. Raffigurando, tuttavia, il progetto di autocostruzione nell’ottica deprimente di una strategia difensiva, ossidionale, si attua un imbarazzante déjà-vu che ricorda la macabra costruzione di rifugi antiatomici in vista di un conflitto nucleare, angoscia non a caso molto in voga alla metà del secolo scorso, quando imperversava la guerra fredda.
Mettere insieme tutte le diversità senza snaturarle e senza subirle, dalla Val di Susa a Oaxaca, dalle Cevennes alle banlieues, dalla rioccupazione di case abbandonate fino alla creazione di centri sociali e alla costruzione di ecovillaggi, è il compito di ciascuno e di tutti, tranne che di specialisti della rivoluzione che abbiano in testa un persistente pregiudizio sul come questa si debba attuare. Tutte le diversità sono benvenute e tutte sono liberamente criticabili e superabili. La stessa decrescita, che non presenta alcun interesse in quanto ideologia, è una prima espressione concreta della dinamica di inversione di tendenza nei confronti del forsennato produttivismo capitalistico. Dovunque, autocostruttori e urbanisti unitari, topi di campagna e topi di città, individui e collettivi possono federarsi fino a un’internazionale che non mi sembra più “utopica” di quella del 1864, ma certo meno strutturabile ideologicamente, per sua gran fortuna, e più sprovvista di soggettività cosciente, per sua ancora rimediabile disgrazia.
I tempi sono abbastanza inquietanti per non abdicare più a se stessi in nome di niente e di nessuno. Nessuna separazione rigida è più accettabile tra l’io e il noi, tra l’intimo e il sociale, tra l’essere umano e la natura.
Non manchiamo tanto di case quanto di luoghi di vita. Autonomia, non separazione: questo è l’invito che la mia Lettera prova a lanciare. Incontriamoci a partire dalla nostra volontà di vivere (se la sentiamo) e non dalla volontà di potenza, sintomo inequivocabile di un’alienazione che impera, isolandoci.
Il gentile lettore sopravvissuto come si è firmato l’estensore del volantino, non mi fa affatto capire a che cosa egli sia effettivamente sopravvissuto, visto che sembra caduto nell’abisso (forse è scampato alla lettura del mio pur stringato pamphlet, oppure ad una fede nell’immutabile programma rivoluzionario che sul filo del tempo ha accompagnato, senza neppure scalfirlo, lo sviluppo del dominio del capitale sulla società degli uomini?).
Gli ribadisco amichevolmente quel che gli ho detto a voce: la disperazione è la malattia infantile dei rivoluzionari della vita quotidiana (vedi Lettera, pag. 128).
Non so se insieme, ma certamente con un po’ di affetto, oltre che di rabbia, potremo ancora invecchiare senza diventare funerei adulti, costruendo un mondo in cui sia buono vivere. Altrimenti che senso avrebbero tutti questi discorsi?
Alla larga dalla coscienza infelice.
Sergio Ghirardi

