Cento (Fe) - Ennessimo pestaggio sbirresco

a proposito di un arresto illegale,

forse poi non così irrituale.

 

Se le vicende della vita ferrarese fossero raccontate in un libro, dovessimo giudicare dalla copertina con cui le pagine di questo territorio sono da sempre state pubblicizzate, dovremmo concludere di trovarci di fronte ad un romanzetto d’appendice, scialbo certo, un po’ noioso, ma tutto sommato di quelli che, coinvolgendo senza appassionare, raccontano la spensieratezza ineluttabile di un’esistenza mai turbata da episodi traumatici, rasserenata nel suo quieto vivere dalla penna dello scrittore, che ne descrive le storiografiche bellezze e le paciose semplicità dalla prima fino all’ultima pagina.

Capita, però, che a voler giudicare un libro dalla copertina spesso non ci si azzecchi.

Capita, a volte, che un evento imprevisto ma non imprevedibile riesca, per un attimo, a produrre una frattura in questa spensieratezza.

È quello che è capitato quando quattro poliziotti uccisero Federico Aldrovandi.

Capita, pertanto, memore di come quella vicenda abbia toccato la dimensione e le relazioni del vissuto in questo territorio, che qualche retribuito scribacchino, autore di un articolo, certo dietro saggia istruzione del direttore, releghi un fatto similare, un fatto importante, nella cronaca locale di un giornale, alla pagina che riguarda la vita dei paesi e delle frazioni, previo assicurarsi che la frattura non generi inquietudine e possa ricomporsi senza colpo ferire, in maniera rapida ed indolore.

Così, tanto per tenerci (diciamo) informati di quello che succede in anfratti lontani di cui non abbiamo notizie dirette, ci è capitato di leggere alcuni articoli che ci riportano alla mente la vicenda del diciottenne ammazzato il 25 settembre 2005, articoli in cui si parla di un altro ragazzo aggredito davanti a casa da un Carabiniere in servizio, ragazzo poi arrestato con un pretesto dei soliti.

Il tutto si svolge a Renazzo, frazione di Cento, paesone dell’alto ferrarese inserito tra le province di Ferrara, Modena e Bologna e merita di essere raccontato.

 

Dal racconto del ragazzo, Edoardo Tura, di 21 anni, studente universitario a Ferrara, e da quello dei suoi genitori.

Sono le 4 del mattino di sabato 23 gennaio 2010. Prima di rincasare dalla nottata precedente, Edoardo e gli amici si fermano con l’auto davanti al forno di Renazzo, per mangiare qualcosa.

Arriva una volante dei Carabinieri della stazione di Cento, i quali chiedono i documenti ed effettuano l’alcoltest al guidatore, per accertare se aveva bevuto. L’amico di Edoardo risulta negativo al test. Tutto bene, dunque. Una volta mangiato, Edoardo saluta gli amici e prende a sua volta la propria auto, posteggiata a pochi metri di distanza nel parcheggio delle Poste, per dirigersi a casa, sempre a Renazzo. Una volta arrivato, parcheggia la sua auto nel cortile ma ha una brutta sorpresa: si trova davanti i carabinieri di prima che lo hanno seguito ed uno di essi si avvicina con la pistola in pugno, entrando nel giardino, al grido di “fermo o sparo”, “dov’è la cocaina!”. Poi il carabiniere lo afferra, lo trascina e lo colpisce in testa con il calcio della pistola, provocandogli un taglio che necessiterà di 6 punti di sutura al Pronto Soccorso (il ragazzo sarà anche visitato da due medici-legali e sottoposto ad una visita documentata da rilievi fotografici). Questo avviene al cospetto dei genitori di Edoardo, testimoni del fatto perché, nel frattempo, usciti di casa richiamati dalle invocazioni di aiuto del ragazzo. I genitori poi riferiranno che alla richiesta di spiegazioni dal carabiniere non ne otterranno nessuna. Edoardo viene quindi ammanettato ed arrestato e fortunatamente rimesso in libertà poco dopo, su ordine del magistrato, che comunque convalida l’arresto.

 

Il ragazzo, i genitori, i medici del Pronto Soccorso di Cento che gli hanno refertato una ferita lacero-contusa alla testa e il carabiniere che ha eseguito l’arresto ed il pestaggio – il brigadiere Daniele Sabino, di 39 anni – sono stati interrogati, lo stesso sabato, dal pm di turno, Mariaemanuela Guerra, in procura a Ferrara.

Il carabiniere, tramite il suo avvocato, Alberto Bova, ha fornito una ricostruzione del tutto opposta, affermando che l’auto di servizio sul quale viaggiava avrebbe segnalato con le luci ad Edoardo di fermarsi, senza ottenere lo stop e da qui la decisione di seguirlo fino a casa dove, secondo l’interpretazione del carabiniere, i genitori non sarebbero stati testimoni (il padre afferma invece: “è successo tutto all’interno del giardino di casa mia, ho visto mio figlio sanguinante ma nessuno mi ha dato spiegazioni per tutto ciò” e poi “ma quale fuga, chi scappa non può arrivare davanti a casa, azionare il cancello automatico, entrare nel cortile, parcheggiare ed avviarsi verso il portone con tranquillità”). Il carabiniere afferma che qui il giovane avrebbe reagito con violenza e che, quindi, si sarebbe soltanto difeso dall’aggressività del ragazzo (il carabiniere si è fatto anche refertare una prognosi di 25 giorni).
Edoardo, infatti, non è stato arrestato per droga, come può fare intendere la domanda sulla cocaina – droga che non è stata ritrovata – ma per “resistenza a pubblico ufficiale”.

Riguardo alla ferita alla testa provocata con il calcio della pistola, il carabiniere ha spiegato che si è trattato di “una caduta accidentale” (ma guarda!), eppure nel referto medico del Pronto Soccorso vi è scritto “ferita ad opera di terzi”.

Sul motivo per il quale il carabiniere ha seguito fin nel giardino il ragazzo, l’avvocato Bova ha risposto testualmente: “il mio assistito ha fatto solo il suo dovere di pubblico ufficiale. La casa non è certo un luogo in cui scatta l’immunità”.

C’è da dire che Edoardo, una volta al Pronto Soccorso, si era sottoposto di sua volontà al test del capello e delle urine, test che accertano se una persona ha usato o meno sostanze cosiddette “stupefacenti”, poiché lo stesso ragazzo afferma di non averne mai fatto uso.

 

La famiglia ora chiede il perché dell’accaduto e si è rivolta a Fabio Anselmo, già avvocato della famiglia di Federico Aldrovandi, il diciottenne ucciso da quattro killer in divisa mentre stava tornando a casa, la cui vicenda presenta molte similitudini tranne per il fatto che, per fortuna, e a differenza di molti altri fatti analoghi, questa volta non si è registrato l’ennesimo morto ammazzato per mano delle cosiddette forze dell’ordine.

Lunedì 15 gennaio, è stato notificato al Carabiniere, Daniele Sabino, l’atto di inizio indagini, in cui è accusato di “arresto illegale”, “lesioni aggravate dall’uso della pistola” e “falso in atto pubblico”, per aver riportato fatti non veri nel verbale.

Il pm Guerra ha predisposto una perizia tossicologica sui liquidi biologici prelevati al ragazzo (ci domandiamo cosa cambi nel caso venissero riscontrate tracce di droga, forse che l’infierire del carabiniere troverebbe giustificazione? E comunque i test a cui si è sottoposto il ragazzo al Pronto Soccorso hanno escluso che avesse droga in corpo) mentre un’altra perizia verrà effettuata sulla pistola e sulle giacche sia del ragazzo che del carabiniere.

Numerose volte, di casi come questi non si viene a conoscenza se non a mesi di distanza. Altre mai, magari nel caso di un pestaggio di un immigrato. Questa volta le indagini sono cominciate velocemente, al contrario di quanto avvenne, per esempio, per il caso Aldrovandi, dove si dovette aspettare mesi, forse anche perché la famiglia di Edoardo Tura è molto conosciuta (il padre è imprenditore).

In tutto questo, l’Arma dei Carabinieri, interpellata, ha ribadito che l’arresto sarebbe avvenuto in modo regolare, dimostrando perfettamente cosa intenda con questo termine.

 

A noi importa poco che il giovane abbia reagito o meno, se anche lo avesse fatto ne avrebbe avuto tutte le ragioni. Contro la tracotanza e l’arroganza degli sbirri, specialmente in questi ultimi tempi, la necessità fisica di non sottomettersi di continuo è ovviamente legittima.

Ancor più grave, comunque, se davvero il ragazzo non avesse reagito perché ciò comunica che, perfino in un paese di provincia, gli sbirri hanno oramai una reputazione di sé così alta, e sono così sicuri della certezza della propria impunità, da produrgli una perdita di ogni residuo senso del pudore di fronte ai loro atti brutali e, a questo punto, palesemente caratterizzanti e manifesti.

È sempre più evidente, non solo ai compagni rivoluzionari, che queste squadracce in divisa non difendono affatto la sicurezza degli abitanti ma assoggettano col terrore la vita sociale, spadroneggiando a tutto vantaggio dei balordi che li armano e li pagano.

Esemplare che nessun telegiornale abbia parlato dell’accaduto e che la notizia sia stata riportata, appunto, solamente nella cronaca locale, fra un articolo sul carnevale ed uno sulla beneficenza sportiva. Forse ci voleva un altro morto per risvegliare l’interesse di questi avvoltoi, altrimenti così ligi nel difendere, sempre e comunque, l’operato degli apparati della repressione e del potere.

Per fortuna nostro figlio è ancora vivo perché se fosse successo non davanti alla porta di casa nostra, senza il nostro immediato intervento, chissà davvero come sarebbe finita”.

Questo è il bilancio finale del padre del ragazzo. E come possiamo dargli torto.

Mio figlio è un bravo ragazzo, gli ho sempre insegnato a rispettare la legalità ma davanti a fatti di questo tipo uno cambia mentalità”. Lo speriamo.

 

Anarchici ferraresi

 

Ven, 05/02/2010 – 01:55
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